cronache martinesi

Direttore Pietro Andrea Annicelli

Ciao, Lino

di Redazione

12/09/2017 Società

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Ciao, Lino

L’annuncio triste l’ha dato Agostino Convertino su Facebook ieri mattina, sollecitato da amici vicini che gli avevano chiesto di farlo sapere agli amici lontani e ignari: «Ciao Angelo Lino Panico. Se ne va uno dei personaggi chiave della Martina Franca post-sessantottesca: lo ricorderemo per il suo carattere mite e gentile ma capace di sostenere idee robuste e sempre avanti rispetto alle epoche che ha attraversato. Grande conversatore, ancora suscita un sorriso per quella volta che riuscirono a infilarsi in sette dentro la sua mitica 124 Spider gialla. E tutto per andare a vedere un concerto rock a Iazzo Casavola. Fu uno dei protagonisti della generazione Giangià Club, un momento di grande crescita culturale per Martina. Era un uomo buono ma ha lottato come un duro contro la malattia».

Abbiamo chiesto un ricordo di Lino Panico ad alcuni protagonisti della realtà giovanile martinese degli anni Settanta e a Michelangelo Zizzi, tutti suoi cari amici.  

Agostino Convertino. «Dedicare un ricordo a Lino Panico significa fotografare un’epoca precisa della nostra città. In particolare gli anni Settanta, Ottanta, della grandeur democristiana a cavallo tra economia post-agricola ed esplosione artigianale-industriale. Quella Martina era già culturalmente tanto forte da permettersi il lusso di esprimere un’area di pensiero giovanile in odore di autentica avanguardia. Lino Panico apparteneva a quel popolo variopinto e rocchettaro pur mantenendo inalterata la sua apparente immagine borghese puntualmente smentita nei pensieri e nelle intenzioni. Era un conversatore piacevole, capace di discutere su tutto, con un tono di voce elegante e musicale. Il suo passo, più che radicale o rivoluzionario, era quello di un liberal-illuminista con un occhio alla ragione e l’altro al cuore. Appassionato d’arte e musica, di caccia e belle auto, il suo ricordo sarà imprescindibile da quello della sua mitica Fiat 124 spider nel cui abitacolo si consumavano meravigliose ragionate notturne al riparo dalle rigide notti martinesi. Era dotato di una bella e lucida intelligenza, unica merce di scambio nei rapporti con gli altri, che lo portava ad interrogarsi intimamente. La religione ad esempio, in particolare il suo rapporto col cattolicesimo, era un tema che affrontava con profondo rispetto anche quando l’interlocutore non era in piena sintonia. Diciamo solo che la liturgia cristiana gli stava un po' stretta per la sua visione universale della fede. L’ho rivisto ultimamente, già in lotta con la malattia, e neanche in quei momenti difficili ha rinunciato alla sua dignità per autocommiserarsi. In occasione della prima del Festival della Valle d’Itria ci siamo praticamente, e tacitamente, dato un arrivederci con quel linguaggio criptato che solo gli occhi sanno esprimere. Prima di andarsene ha voluto vivere un’altra bella serata con la grande musica e tanti amici che lo hanno rispettato in vita. Ciao Lino!». 

Gerardo Martino. «Lino era il dissenso del non senso. Era sempre contro, nel senso che era capace di rimangiarsi le cose dette pur di dissentire. Se l’interlocutore diveniva sostenitore della sua tesi, l’abbandonava pur di dissentire a tutti i costi. Un particolare interessante della sua personalità era la distrazione. Un giorno gli amici l’aspettavano sotto casa per andare a caccia, una sua grande passione. Scese tutto bardato come i guerriglieri messicani: due cartucciere a tracolla, due coltelli a vista nelle fodere alla cintura, due cani da caccia. Lo guardavano tutti. A un certo punto uno gli fa: Lino, hai dimenticato qualcosa? Non aveva preso il fucile. Questo spiega molto di Lino: per curare i particolari, trascurava l’obiettivo generale. Un’altra sua caratteristica era la logorrea: quando si metteva a parlare, non ti lasciava più. In verità era piacevole perché, se avevi gli strumenti culturali per seguire i suoi ragionamenti, partivi per straordinari voli pindarici. Lui aveva una visione quantistica dell’esistenza: sapeva collegare cose, persone ed eventi apparentemente lontanissimi. Lino riusciva a cogliere il legame profondo tra tutte le cose». 

Raffaele Agrusta. «Voglio ricordare Lino Panico come un grande uomo coraggioso e rivoluzionario. Un grande libertario e anticonformista. Capace di scandalizzare i benpensanti ma anche di accattivarseli liberandoli dalle catene del perbenismo bigotto. Lino Panico è stato un poeta senza penna. Un grande scrittore di processi mentali. Chi voleva racchiuderlo in un movimento politico è sempre rimasto deluso. Lino era Lino Panico: anticonformista radicale capace di difendere anche l'indifendibile. Lino non abbracciava un'idea per partito preso: era capace di andare contro quell'idea perché, più tardi, ne aveva scrutato le debolezze e il non senso. Lino era veramente un uomo libero». 

Michelangelo Zizzi. «È stato una guida reale dei miei anni di formazione. Ho passato con lui delle giornate tra le più belle della mia vita con tanti amici e mia madre. Per quindici anni ci siamo frequentati ininterrottamente. Univa l’anarchia, l’autarchia e la gerarchia. Aveva un modo d’interrogare e leggere il mondo di tipo socratico, ma per Socrate antimoderno. Intendo dire che più che riconoscere una mediazione, la sua forma dialogica tendeva alla radicalizzazione. E quindi a un’evidenza di verità e d’identità non linguistica bensì essenziale. Oserei dire teofanica. Infatti possedeva una cristicità antimoderna e tradizionale. Lo abbraccio con tutto il mio cuore». 

Cinzia Greco. «Gli amici sono stati la sua famiglia fino alla fine e sono onorata di aver fatto parte degli ultimi vent'anni della sua vita. L’ho conosciuto a quattordici anni quando ho recitato nel film Edipo, di cui era il protagonista. L’ho incontrato a distanza di tanti anni come amico di mio marito. Lino è stato il nostro testimone di nozze. Abbiamo avuto un legame e un affetto così profondo che a volte non accade neanche con un parente. Si è legato immensamente a nostro figlio Federico: diceva che era l’unico bambino che aveva visto nascere e crescere. Ed è diventato per lui una guida, un punto di riferimento. L’ultima volta che Federico ha partecipato a un torneo di tennis, a Ceglie, Lino ha voluto venire a vederlo giocare nonostante fosse già avanti con la malattia. Perciò lui, per me, è uno della nostra famiglia: non so come spiegarlo diversamente. Tutto il suo sapere Lino l’ha donato a tutti i suoi amici senza confondere le amicizie e senza togliere all’uno e all’altro: lui si dava. E l’ha fatto con tutti. Aveva un rapporto speciale di grande amicizia con Jenny, una signora inglese che vive a Cisternino. Ha voluto incontrarla un’ultima volta chiedendoci di portarla a casa sua e insistendo affinché le facessimo trovare un mazzo di fiori, che le ha dato. L’ultima immagine bella che ho di Lino è stato questo incontro. Un’immagine di grande tenerezza». 

 

Rino Carrieri. «Ciao Lino. Mi mancheranno ora le nostre conversazioni su tutto ciò che veramente conta: pensiero, musica, arte. Le analisi sghembe da parte di entrambi che ci portavano per ore in una specie di terra di nessuno dove entrambi credevamo di sapere la strada ma spesso ne trovavamo un'altra, accorgendocene magari dopo molto tempo. Mi mancherà il tuo sorriso ironico, a volte provocatorio, ma sempre onesto. Come sei stato tu».

Le foto dell'incontro tra Lino e Jenny sono di Cinzia Greco. Le pubblichiamo autorizzati e per gentile concessione.   

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