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Maria Miali: «Il Pd deve saper coinvolgere la cittą in un percorso comune»

di Pietro Andrea Annicelli

01/10/2017 Politica

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 Maria Miali: «Il Pd deve saper coinvolgere la cittą in un percorso comune»

Maria Miali, già ultima segretaria dei Democratici di Sinistra, tra i fondatori a Martina del Partito Democratico, è componente dell’assemblea regionale, della direzione provinciale e del direttivo cittadino dei dem.

Allora? Franco Ancona ha iniziato a costruirti il monumento? Naturalmente in campagna sua e a sue spese.

«Che vuoi dire? Non capisco».

Mi rifaccio alla battuta, attribuita a Teo Pizzigallo, circolata subito dopo la rielezione del sindaco. Teo avrebbe detto che Ancona avrebbe dovuto farti un monumento per quanto eri risultata determinante per il suo ritorno a Palazzo Ducale.

«Escludo che Teo, che è una persona seria, possa aver detto una cosa simile. Facciamo così: per fugare ogni dubbio, chiedi a Franco Ancona. Ma stiamo facendo l’intervista o stiamo scherzando?».

Va bene: trasformo la domanda in maniera giornalisticamente impeccabile. Per due volte, insieme al tuo gruppo di amici nel Pd, sei stata determinante per la designazione  di Ancona a candidato sindaco. Com’è andata veramente?

«Sembra che tu voglia attribuirmi dei meriti e ti ringrazio. In realtà, vale sempre il ragionamento politico: partire da un punto, svolgerlo e possibilmente condividerlo con gli altri nel modo più corretto e ampio. Il 2012 e il 2017 sono momenti distinti e diversi fra loro, anche se uniti da un filo conduttore: la mancanza di coesione rispetto a una proposta. Nel ‘12 ricordo che la discussione al tavolo della coalizione di centrosinistra andò avanti a lungo senza che ci fosse unità sui candidati sindaci proposti: Pasquale Lasorsa e Giandomenico Bruni. Non se ne veniva fuori. Ci furono diverse riunioni nel Pd in cui si cercava di spostare l’asse della discussione sulla necessità di non ragionare sempre al nostro interno, quindi di cercare anche all’esterno delle figure di esperienza politica, autorevoli, competenti. Il nome di Franco Ancona lo facemmo per la prima volta con Romano Del Gaudio. Ricordo che gli dissi: pensi che accetterebbe? Come facciamo? Cominciarono quelli che chiamammo i moti carbonari: da una parte la discussione nel partito, dall’altra incontri, ai quali non ho mai partecipato, per verificare la praticabilità dell’ipotesi. Si aprì una fase nuova di verifica nel Pd dove con alcuni amici, ricordo Giancarlo Mastrovito, Pino Bonasia, Enzo Pascali, Franco Demita, lo stesso Del Gaudio, Giovanni D’Arcangelo, Giuseppe Massafra, Mimmo De Tullio, cercammo di spostare il ragionamento sull’apertura a una nuova proposta. Fu molto complicato perché il direttivo ormai era orientato a candidare Bruni. Ma rimaneva l’assemblea che comunque è l’organo sovrano del partito. Alla fine decise l’assemblea».

Bruni non la prese bene.

«Per onestà intellettuale devo dire che quella pagina politica non fu indolore, anche umanamente. La candidatura di Giandomenico in un certo senso era già stata avallata dal partito, secondo me in maniera avventata perché non condivisa da tutti anche nella coalizione. Quando sfumò, lui fuoriuscì dal Pd in malo modo. Non condivisi la scelta. Fu poco ragionata e dettata dall’istinto, quasi avesse ricevuto un’offesa personale. Ma in politica non ci possono essere fatti personali. La politica è condivisione. In una discussione democratica si vota e si decide. E anche se non ci piace, anche se c’è da ingoiare qualche rospo, si resta al proprio posto. Il suo fu un errore politico. Giandomenico si doveva candidare come capolista e guidare quel processo da protagonista».

Acqua passata. Un anno fa, però, eravate punto e daccapo.

«Il mandato amministrativo era stato interrotto anticipatamente un anno prima della naturale conclusione. Due consiglieri comunali del Pd avevano determinato la caduta dell’Amministrazione. L’idea che mi feci allora è che ci fu un’azione non so fino a che punto realmente orchestrata o dettata più o meno dal caso, o dalla volontà di chi voleva effettuare a tutti i costi un rimpasto di giunta che prevedeva l’ingresso nella maggioranza di alcuni consiglieri dell’Udc: una sorta di ribaltone che in nessun modo si poteva condividere. Le istituzioni non possono essere utilizzate per scontri politici. Nel partito si discusse molto. Una parte di noi si opponeva. Altri cercarono una mediazione fino alla fine con i due consiglieri, ma non ci fu niente da fare. Dopo l’estate si discusse a lungo di tutto quello che c’era da discutere. Un punto però era chiarissimo: dovevamo esprimere un giudizio sull’operato dell’Amministrazione Ancona che, a dire dei consiglieri e degli assessori uscenti, era positivo. Ma passavano le settimane, i mesi, e la discussione era stagnante. Alcuni dicevano: prima il programma e poi il candidato sindaco. Altri, tra cui io, replicavano: giudizio sull’operato e, se positivo, ripartenza da Ancona. Se negativo, il partito dovrà accollarsi la responsabilità di spiegare politicamente le ragioni d’una scelta diversa. L’8 dicembre io, Valentina Lenoci e Alba Lupoli decidemmo di stilare un documento da consegnare al segretario e al direttivo, di cui facevamo parte. Lì spiegammo le ragioni politiche del percorso che sostenevamo e che prevedeva la ricandidatura di Ancona. Quel documento fu un paletto ben piantato a terra da cui scaturì, in ultima analisi, il voto dell’assemblea degli iscritti favorevole alla ricandidatura».

Perché il Pd ci ha messo tanto a riconfermare, come era abbastanza ovvio, Franco Ancona, con il rischio di perdere le elezioni grazie al tempo fornito ai vostri avversari per riorganizzarsi e alla fragilità della coalizione di centrosinistra proprio per lo scarso tempo a disposizione per consolidarla? 

«A mio modesto parere è stato sottovalutato l’aspetto tutto politico della questione. Si è scontata anche un po’ d’inesperienza politica intesa come militanza in un partito. Esiste una responsabilità politica che un partito deve avere. Il Pd ne aveva una enorme: spiegare perché due suoi consiglieri avevano causato l’interruzione anticipata del mandato amministrativo. Non sciogliendo questo nodo fondamentale, passando ad altre candidature che in realtà non sono mai arrivate e quindi mai discusse, il partito non poteva conferire autorevolezza alla discussione né a se stesso: non sarebbe stato credibile agli occhi della città. Devo ammettere che è stato abbastanza impegnativo affrontare con serenità tutta quella fase. Non nascondo che in alcuni momenti tutto sembrava senza via d’uscita. Ma come sempre nei momenti più difficili, si arriva a prendere coscienza dell’importanza della posta in gioco e quindi a fare realmente squadra oltre i propri convincimenti personali. In fondo tutti eravamo animati da sentimenti di responsabilità. In quel periodo si è detto tanto. Si è parlato di partito diviso, di tutti contro tutti. Ma il Pd in tutte le sue componenti, dai rappresentanti istituzionali nella persona del consigliere regionale Donato Pentassuglia agli organismi dirigenti, ha dimostrato di essere all’altezza del suo compito rigettando, di fatto, il fango che gli è stato riversato addosso. Perché va detto: per senso giustizia, non per autocelebrazione».

Dieci anni fa, da ultima segretaria dei Ds, accettasti l’imposizione della Margherita d’un candidato sindaco non condiviso, che perse prevedibilmente le elezioni al primo turno, pur di presentare la lista de l’Ulivo, unica in provincia di Taranto. Fu la prima pietra posata per arrivare a Martina al Pd. Come valuti la strada percorsa?

«È troppo lungo raccontare tutto ciò che accadde nel 2007 che fu un anno tremendo. Poiché la Margherita aveva posto come condizione improrogabile per la loro partecipazione a un progetto comune la candidatura a sindaco di Giandomenico Bruni, alla fine accettai ponendo come condizione di fare insieme a loro la lista de l’Ulivo. La ritenevo importante per la discussione che era in atto in quel periodo in Italia in previsione della costituzione del Pd. Fu l’unica lista de l’Ulivo in provincia di Taranto. Forse una scelta non capita perché troppo avanti? Non lo so. Di certo le ragioni furono, dal mio punto di vista, in perfetta sintonia con quello che stava accadendo nel panorama politico nazionale».

Allora sono più diretto: partendo dalla tua esperienza di segretaria di partito, come valuti l’operato dei segretari del Pd di Martina da Nunzia Convertini a Vincenzo Angelini, considerata la prossima fase congressuale che porterà a una nuova segreteria?

«Sono l’ultima persona in grado di dare delle valutazioni. Nel senso che non ritengo di potermi mettere in cattedra: significherebbe, e sorrido, auto infliggermi un ruolo subalterno di osservatrice. Io invece, e sorrido ancora, sono una combattente senza armi. Scherzi a parte, guidare un partito non è facile. Chiunque viene messo a dura prova perché, a parte quello che pensa o ritiene, deve sempre tenere in mente l’unità del partito perché si è il segretario di tutti e non d’una parte: anche quando non ti piace. Tutti facciamo errori, tutti facciamo bene, ma gli errori te li fanno pesare di più: è la vita. Essere segretario d’un partito grande e complesso come il Pd comporta un impegno serio e costante, specialmente quando si è al governo, perché sei sotto la lente d’ingrandimento. Detto ciò, penso che ogni segretario o segretaria abbia saputo svolgere il ruolo con dignità e attaccamento al partito».

Il prossimo dovrà gestire, con ogni probabilità, le politiche, per le quali si prospetta la candidatura annunciata di Donato Pentassuglia. Hai un’idea del percorso da seguire?

«Per me Donato è il candidato naturale alle politiche per come rappresenta il territorio, per le sue capacità di gestire le problematiche, per la sua esperienza, per la sua disponibilità. Entro ottobre dovrà svolgersi il congresso provinciale. Da lì capiremo i nuovi assetti. Credo però che la candidatura di Donato non sia in discussione. Da sempre dico che Martina Franca è la prima città dopo Taranto per importanza, per cui merita attenzione. Sta a noi rivendicare questo ruolo politico, come peraltro abbiamo ampiamente dimostrato negli ultimi anni con assoluta linearità».

Cosa ti aspetti dal prossimo congresso cittadino?

«Mi aspetto che ci sia massima condivisione su una proposta. Che questa proposta sia rappresentativa e autorevole, effettuata con la consapevolezza dei suoi obiettivi. Siamo un partito di governo e il Pd deve affrontare una fase, molto delicata, in cui riaffermare la centralità dei partiti: unici luoghi democratici in cui, come la prevede la Costituzione, si possano affrontare e discutere le questioni della politica. Occorre coinvolgere quante più persone possibile su una proposta credibile che punti a un Centrosinistra più coeso. Un ponte che tenga unite le varie parti abbandonando definitivamente il concetto delle larghe intese, che forse servono per vincere certe elezioni ma che non sono garanzia di governo. La proposta politica del Pd deve essere riconoscibile per attrarre quell’elettorato ampio che ormai non va più a votare e arginare i populismi. Inoltre tutti gli iscritti devono essere uguali e tutti, eletti e non eletti, devono essere messi nelle condizioni di dare e ricevere rispetto, cercando il più possibile di condividere i processi in modo unitario. Questo non significa che tutti devono essere per forza d' accordo su tutto, ma che va favorita la discussione e vanno fatti funzionare gli organismi. Sarebbe già un passo avanti».

Ma un pensiero alla segreteria non ce lo fai considerata la tua immutata passione per la politica e il fatto che non sei assorbita da impegni di natura istituzionale?

«Sinceramente? Qualche volta l’idea mi sfiora. È vero: non ho incarichi istituzionali, ho sempre dato il mio contributo di idee nel partito, ho maturato esperienza. Ma non basta. Fare il segretario di partito richiede molto tempo e spesso non si concilia con il lavoro. La fase congressuale si è appena avviata. So che nel circolo sono stati fatti degli incontri. Credo che la figura che dovrà rappresentare il Pd dovrà garantire il massimo impegno anteponendolo alle necessità personali come, appunto, i tempi per il lavoro. Se mi verrà chiesto rifletterò sulla proposta, ma al momento non c’è nessuna ipotesi né alcuna ambizione da parte mia. Penso comunque che rifare gli stessi percorsi, anche se in tempi diversi e forse con maggiore maturità, non sia la scelta migliore per me. Nel frattempo siamo tutti chiamati all'impegno sia per sostenere l'Amministrazione comunale, sia per le prossime elezioni politiche. Mi sembrano le questioni essenziali».

Il patto generazionale ha funzionato e funzionerà oppure sarebbe meglio qualche correttivo?

«Ritengo sia fondamentale per un ricambio purché vada di pari passo con la formazione di nuove classi dirigenti. Credo che stia avvenendo, quindi funziona. In ritardo, ma funziona. Dico questo perché, per quel che mi riguarda, il ricambio generazionale ci sarebbe già dovuto essere molto tempo fa. Per essere più precisa dovrei scendere nel personale e non mi va. Dico solo che se dovessi prendere come metro di misura i fatti personali che hanno contraddistinto il mio impegno politico, forse non sarei qui a parlare. Come ho già detto, in politica i fatti personali non contano. Però contano fra le persone. Ma ho spalle larghe e resistenti. Nel bene e nel male non le mando a dire ed è uno dei miei grossi limiti: posso sorridere pure qua?».

Cosa ti aspetti dalll’Amministrazione Ancona bis?

«Mi aspetto che prosegua il lavoro fatto. Perché di lavoro ne è stato fatto tanto ed è giusto proseguire e godere dei risultati. Spero invece in una più forte coesione del gruppo consiliare, composto da persone per bene e preparate, alcuni di loro anche con un bel percorso politico alle spalle. Sono convinta che Nunzia Convertini saprà svolgere con padronanza e autorevolezza il ruolo di capogruppo. Spero in un più forte coinvolgimento tra il gruppo e la giunta, e del partito nelle varie questioni che si andranno ad affrontare. Vanno coinvolti anche gli iscritti, i simpatizzanti, le associazioni: in definitiva la città, che si aspetta da noi tutto questo».

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