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Cesareo a Gomez: «Taranto non č Thilafushi»

di Redazione

18/10/2017 Oltre città

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Cesareo a Gomez: «Taranto non č Thilafushi»

 

Vincenzo Cesareo, presidente di Confindustria Taranto, ha scritto una lettera aperta al direttore de Lo Stato Quotidiano, Peter Gomez, in riferimento a un articolo pubblicato dall’edizione on-line del noto giornale. Eccone il testo integrale. Nel frattempo il titolo originario dell'articolo, indicato da Cesareo nella missiva, è stato cambiato.

«Egregio dott. Gomez,

parliamo di questo articolo: Thilafushi, la Taranto delle Maldive di Francesca Borri. Un pezzo che definire pressappochista e qualunquista è davvero solo un modo per non restituire le offese - quelle sì pesanti - ad una città che la giornalista dimostra di non aver mai conosciuto, se non per una visita fugace e qualche appunto sul taccuino.

Incuriosito dall’accostamento della città in cui vivo con le Maldive, luogo dal mare paradisiaco per antonomasia, (e il nostro, mi creda, è davvero bello: quel titolo richiamava una percezione che è diffusa), mi sono approcciato in senso positivo a quanto scritto dalla sua giornalista perché, come lei sicuramente sa, i titoli sono specchietti per le allodole, e, pur senza sentirmi un’allodola, ho commesso l’errore di guardare al senso complessivo tralasciando il particolare.

Thilafushi, effettivamente, non la conoscevo. L’ho conosciuta nelle 4.300 battute della signora Borri: un articolo che trasuda orrore, miseria e stenti, amore per il particolare ma solo se sufficientemente splatter da suscitare almeno un po’ di raccapriccio. Leggo che la signora è corrispondente di guerra: abituata, forse, a tradurre in toni truci anche una seduta un po’ più lunga dall’estetista. Un pezzo che scade banalmente nel sensazionalismo gratuito paragonando una discarica ad una città che si sta riscattando, lentamente e faticosamente, da un passato che l’ha sicuramente penalizzata, ma che non è e non è mai stata solo acciaio.

So che anche lei è stato a Taranto, dott. Gomez. La ricordo in un dibattito su un bel libro scritto con Lirio Abbate e non so quanto si sia trattenuto in città, se ci è tornato, cosa abbia visto e di cosa abbia sentito parlare.

Se, come credo, ha dato il suo “visto” all’articolo della sua giornalista, devo pensare che Taranto le sarà sembrata, già dieci anni fa, solo spazzatura. In questo caso, la invito a ritornarci: non sarà ancora nella sua forma migliore ma si vuole più bene, accoglie i turisti e finora nessuno di loro, dopo mezz’ora di permanenza, ha avuto mancamenti o altre manifestazioni di malessere (“dopo mezz’ora, qui, sputi sangue”) come quelle descritte molto efficacemente dalla sua giornalista quando ci fa intristire per i poveri operai di Thilafushi, dei quali peraltro riesce anche a stabilire la data di decesso (“…non sa che tra 15 anni sarà morto”).

Pur non volendo entrare nel merito dello stile di chi scrive, che però mi ha inevitabilmente ricordato brutti film horror dove gli effetti speciali cancellano anche le trame, mi auguro davvero di non dover leggere più articoli come questo, né nel suo né in altri giornali.

Taranto non è un grande giardino dove svolazzano gli uccellini e i bambini giocano rincorrendo i caprioli. E’ però una gran bella città, con un mare strepitoso (basta farsi un po’ di chilometri: lei lo farebbe il bagno a Venezia, Genova, Civitavecchia?) e tracce evidenti di un passato magnificente, ricco e pregno di storia. Taranto ha diverse facce, non solo quella antica e quella nuova: è una città che si scopre a poco a poco, e che ogni volta regala a chi la visita, purché non sia prevenuto e si lasci alle spalle ogni tipo di diffidenza, sorprese che lasciano piacevolmente colpiti anche noi tarantini, che la nostra città non finiremo mai di conoscerla.    

C’è molto da fare, da noi, egregio direttore, e ci stiamo lavorando. Se le va di farsi un giro a breve, saremmo ben lieti di raccontarle quanti e quali progetti abbiamo in agenda: certo non c’è, fra i nostri, quello del brand città dei veleni, che l’articolo di cui sopra sembra invece incoraggiare.

I turisti che fanno il selfie con alle spalle le macerie dei centri terremotati appartengono ad un Paese che non ci piace. E non vorremmo mai trovarli qui, nel nostro bellissimo lungomare, con lo skyline delle ciminiere oramai spente.

Sono certo che lei comprenderà, da giornalista attento qual è, questo mio punto di vista, che non pretende ovviamente di rappresentare quello di un’intera comunità ma è forte e convinto.

Sarò lieto di ospitarla, quando vorrà, per poterle esporre anche altre argomentazioni che potranno essere di suo interesse. 

La saluto cordialmente».

 

Nella foto, Vincenzo Cesareo con Matteo Renzi. 

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