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Dieci anni dopo: Antonio Scialpi su Eligio Pizzigallo

di Redazione

08/11/2017 Società

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Dieci anni dopo: Antonio Scialpi su Eligio Pizzigallo

 

«Ci conoscemmo perché mi diede un passaggio in auto da Taranto a Martina. Era il 1977, avevo ventisei anni e insegnavo al Liceo scientifico Ferraris. Dovevo prendere l’autobus per ritornare e quest’uomo in automobile che fumava la pipa, che non conoscevo ma di cui avevo sentito parlare, si offrì di accompagnarmi a Martina». La carriera politica di Antonio Scialpi, oggi assessore ai Beni culturali, si è incrociata a lungo con quella di Eligio Pizzigallo, di cui oggi ricorrono i dieci anni dalla morte. «È stato un ottimo medico, nella tradizione dei grandi medici di Martina. Amava la convivialità, gli piaceva la caccia, aveva molteplici interessi tra cui lo Sporting Club che aveva fondato. Soprattutto, aveva un’eccellente capacità di relazionarsi con le persone. Chi voleva incontrarlo, poteva recarsi al mattino verso le otto dal barbiere che all’epoca era accanto all’edicola Biancofiore. Lo trovava che conversava con Mario Punzi mentre gli facevano la barba». 

Cosa dire dell’Eligio Pizzigallo politico?

«Emerse dallo scontro, nel 1975, tra la Democrazia Cristiana di Giuseppe Caroli e quella di Alberico Motolese che si presentò con la lista civica del Cavallo Rampante, ma perse le elezioni. Eligio aveva il mito di suo zio Angelo Pizzigallo, che era stato a lungo l’apprezzato vicesindaco di Motolese. Riuscì a farsi eleggere consigliere provinciale e poi a farsi nominare assessore. Ritornò nella Democrazia Cristiana nel 1980 e fu rieletto alla Provincia, dove fu anche riconfermato assessore. Nel 1985 la Dc gli preferì Michele Ruggieri e non la prese bene. Ebbe la possibilità di aderire al Partito Socialista Italiano e per la prima volta quella forza politica a Martina, grazie al suo ritorno in Consiglio provinciale, fu rappresentata in quell’assise. Nell’87 si ricandidò e fu eletto in Consiglio comunale. Eligio non era nato socialista, ma seppe diventarlo». 

In che senso?

«Lui era stato un democristiano d’ispirazione sociale. Quando la Dc gli chiuse le porte, in maniera abbastanza inaspettata, aderì al Psi con l’obiettivo di ritornare alla Provincia. All’epoca questa sua scelta fece scalpore. Grazie a lui, il Psi acquisì un peso politico che non aveva avuto fino ad allora. Aveva un buon gruppo consiliare e insieme c’impegnammo, io nel Partito Comunista Italiano, tra il 1985 e l’87 per scardinare il sistema di potere che aveva determinato la cattiva gestione dell’urbanistica a Martina. In diverse occasioni mi diede dei consigli e gliene fui grato. Sostanzialmente Eligio era un riformatore pragmatico. Era un uomo capace di risolvere i problemi amministrativi senza disperdersi nei sofismi della politica. Perciò era allergico ai discorsi che avevano finalità di natura ideologica, e a sua volta era poco sopportato da chi, della politica, aveva una visione burocratica». 

E che cosa dire di lui come amministratore pubblico?

«Fu un buon amministratore e un punto di riferimento come assessore provinciale. Una persona di poche parole, molto concreta, con una buona visione della città. Aveva idealizzato molto l’esperienza di suo zio Angelo con Motolese, per cui amava la buona amministrazione finalizzata alle opere pubbliche. S’impegnava sui problemi e aveva un rapporto positivo con i cittadini in genere. Si avvaleva della sua competenza di medico nell’attività amministrativa. Alla fine degli anni Settanta, come assessore provinciale, lavorò molto bene per attuare la riforma di Franco Basaglia e Franca Ongaro sulla chiusura dei manicomi avviando i primi centri di igiene mentale in provincia di Taranto. S’impegnò tantissimo per divulgare questa riforma, per farla capire, e ricordo che organizzammo delle iniziative insieme affinché la gente fosse informata. Lavorò per realizzare i laboratori di analisi e d’igiene. Fece bene come assessore all’Ambiente e s'impegno anche per la costruzione del liceo scientifico al Pergolo. Nel 1987, dopo la scomparsa del presidente della Provincia di allora, Paolo Tarantino, pensava, da vice presidente, di succedergli. Questa possibilità, però, non gli fu data. Da lì, politicamente, cominciò il suo tramonto. Nel 1990 non fu eletto in Consiglio provinciale e due anni dopo, quando scadde il mandato come consigliere comunale, smise di fare politica».

C'è un aspetto di lui che ricorda particolarmente?        

«Ci teneva molto ai figli, dei quali mi parlava spesso. Purtroppo Paola è venuta a mancare poco più di un anno fa».

 

 

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