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Moro: «Se qualche brigatista raccontasse la sua veritą ...»

di Pietro Andrea Annicelli

19/12/2017 Oltre città

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Moro: «Se qualche brigatista raccontasse la sua veritą ...»

 

Gero Grassi, deputato del Partito Democratico, è stato il promotore della proposta di legge che ha determinato l’istituzione della Commissione parlamentare d'inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro. Dopo tre anni di lavori, e l’intenso sforzo personale profuso per diffondere in tutta Italia la conoscenza delle ragioni e delle circostanze della morte dello statista pugliese, per Grassi è tempo di bilanci. 

È soddisfatto dei risultati ottenuti dalla Commissione?

«Indubbiamente sì. Siamo partiti da un cumulo di bugie e siamo arrivati al voto unanime del Parlamento alla nostra relazione. All’inizio sarebbe stato arduo anche solo pensare che avvenisse. È andata molto bene».

Quali sono gli esiti della vostra attività di ricerca?

«Ci vorrebbero dei giorni per raccontarlo, dovendo fare la sintesi di settecentomila pagine. Se devo sintetizzare attraverso dei potenziali titoli, dico: in via Fani non c’erano solo brigatisti rossi. L’assassinio di Moro non è avvenuto com’è raccontato nel memoriale Morucci/Faranda perché non ne corrispondono i tempi, i modi, le modalità. Il memoriale Morucci/Faranda è una verità di stato scritto d’intesa con Francesco Cossiga (ministro dell’interno all’epoca del rapimento Moro, nda), Ugo Pecchioli (responsabile dei problemi dello Stato per il Pci, cosiddetto ministro dell’Interno ombra sostenitore della linea della fermezza, nda), parti della magistratura e delle forze dell’ordine. Ci sono elementi certi per dire che le Brigate Rosse non appartenevano solo alla storia italiana, ma a un contesto internazionale. Nell’intera vicenda ci sono una serie di complicità omissive di uomini della magistratura e delle forze dell’ordine. Ci sono delle presenze di brigatisti, mai identificati, in un appartamento di proprietà dello Ior la cui gestione era della Cia e della Loggia P2. È abbastanza?».   

Giustino De Vuono è stato l’assassino di Aldo Moro?

«Per rispondere con certezza dovremmo saperlo da chi c’era quando Moro è stato ucciso. De Vuono è morto (ufficialmente: in realtà non si sa nulla della sepoltura, nda), quindi non potrà venire a dircelo. La sua descrizione ci viene da alcune audizioni nella Commissione. Un testimone fa il suo nome, un altro ce lo descrive. Soprattutto c’è una dichiarazione in video di Cossiga, risalente al 2008, in cui dice: ho conosciuto tutti i rapitori e coloro che hanno conservato Moro. Dice proprio così: conservato. Tra questi, aggiunge, non c’è l’assassino, che è morto alcuni anni fa. Se si sommano le sue affermazioni, si arriva a De Vuono. Ma noi, come Commissione, se qualcuno non ce lo dimostra definitivamente, non possiamo affermare in via definitiva che De Vuono abbia ucciso Moro». 

È circolata la notizia della presenza nella vicenda del cosiddetto Secret team, per usare l’espressione con cui il colonnello Fletcher Prouty indicò una struttura anticomunista oltranzista nella Cia che faceva capo a Ted Shackley. 

«Dagli atti desecretati della Commissione, non risulta».

Ma la presenza di servizi segreti stranieri c’è stata o no?

«È certa. Il delitto Moro è accompagnato dalla presenza di servizi segreti stranieri e nazionali. E non è stato un avvenimento esclusivamente italiano. Se nella palazzina e nell’appartamento romano di via Massimi di proprietà dello Ior, dove potrebbe esserci stata la prima prigione di Moro, c’erano personaggi come il brigatista Prospero Gallinari e altri due brigatisti, il presidente dello stesso Ior Paul Marcinkus, il finanziere libico Omar Yahia legato alla Cia, ai servizi segreti del suo Paese e collaboratore dei servizi italiani, una società legata alla Cia, qualcosa vorrà pur dire».

Intese inconfessabili, insomma.  

«Nel caso Moro, però, nessuno di questi soggetti si riunisce e si vede in assemblea per decidere il da farsi. Assistiamo invece ad azioni e omissioni di soggetti nazionali e internazionali dalle quali scaturisce l’evoluzione della vicenda».

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