cronache martinesi

Direttore Pietro Andrea Annicelli

La variabile Leonardo Conserva

di Pietro Andrea Annicelli

10/01/2018 Editoriale

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La variabile Leonardo Conserva

 

Il 4 marzo si vota per rinnovare il Parlamento. A breve dovranno esserci le candidature. Le forze politiche, per colpa loro, dovranno misurarsi con una legge elettorale pessima che, oltre a rischiare di non produrre un governo stabile, risulta alquanto complicata.  

Martina è stata spesso anticipatrice di tendenze nazionali. Molti segnali lasciano presagire non solo un rimescolamento del quadro politico, ma una sua ridefinizione identitaria. Se vogliamo lasciarci alle spalle l’epoca di quelli mandati in Parlamento dopo essere stati presi dal tavolo degli amici in pizzeria, occorrono dei candidati con qualità politica e personale a prescindere dall’appartenenza. Concentriamoci sulle figure plausibili.

Quelle immediatamente spendibili sono il deputato uscente Gianfranco Chiarelli e il consigliere regionale Donato Pentassuglia: il secondo più del primo. Chiarelli è indebolito da una sconfitta alle comunali che ha lasciato il segno. Alla Camera è entrato nella botte di ferro di Forza Italia: ne è uscito con l’abito, molto leggero, di fedelissimo di Raffaele Fitto.

Pareva una vulnerabilità insormontabile, ma ancora una volta potrebbe risultare il suo viatico. I tre leader nazionali Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni pare che cedano a Fitto in Puglia tre candidature sicure (lui, dicono, ne vorrebbe sei). Una potrebbe andare a Chiarelli. Si parla d’una sua collocazione al secondo posto tra gli uomini (c’è, per legge, l’alternanza di genere), dietro a Martino Tamburrano e davanti a Pietro Lospinuso, nel collegio senatoriale plurinominale Puglia 2: praticamente il vecchio collegio camerale tra Taranto, Brindisi e Lecce. Vedremo come finirà. La sensazione è che Chiarelli, a cui frettolosamente qualche trasmissione televisiva aveva dato il ben servito, possa farcela a tornare a Roma.

Pentassuglia, per curriculum e per attività politica, merita di andare in Parlamento più d’ogni altro martinese. È stato nel 2015 il consigliere regionale più suffragato in provincia di Taranto. Deve però fare i conti con l’emorragia di consensi che verosimilmente colpirà il Partito Democratico. In più c’è l’ostracismo di Michele Emiliano, che lo guarda di traverso perché è un amico in Puglia per Matteo Renzi, con cui Michelone fa notoriamente a cane e gatto.

Tutti dicono che Penta vincerebbe a mani basse nel collegio uninominale alla Camera. Ma lui, che è uno accorto, si prenderà tutto il tempo per valutare. Sa che la prossima potrebbe essere una legislatura breve e interlocutoria: conviene lasciare il seggio in Consiglio regionale? Né è detto che andrebbe sul velluto se il Centrodestra gli contrapponesse un candidato che gli somigli: moderato, cattolico, preparato, gran lavoratore …

È perciò tutt’altro che da escludere l’ipotesi che Donato Pentassuglia preferisca candidarsi nel collegio uninominale al Senato. In via Capruzzi a Bari lo sostituirebbe il tarantino Pietro Bitetti: i voti di Taranto insieme a quelli di Martina, soluzione non praticabile alla Camera, darebbero a Penta la propulsione per diventare senatore, oltre a impegnare Bitetti al suo fianco. L’alternativa sarebbe una posizione utile, magari dietro a Paolo Gentiloni se gli riserveranno una candidatura pugliese, nel collegio plurinominale Puglia 7 alla Camera o Puglia 2 al Senato. Renzi gliela dovrebbe non tanto per la fedeltà, quanto per l’affidabilità e la serietà del lavoro svolto.

Chi potrebbe essere un competitor al suo livello? Leonardo Conserva. L’ex sindaco risolverebbe l’enorme problema, per l’attuale Centrodestra, di attrarre l’elettorato moderato esprimendo un candidato credibile. Chiarelli non unisce e ancora fanno male le ferite della campagna elettorale per le comunali. Michele Marraffa sembra fuori gioco, se mai c’è entrato. Mario Caroli è politicamente acerbo. E la vox populi diffonde nomi improbabili che nulla c’entrano con la politica: Giandomenico De Tullio, figlio di Attilia Agrusti, assessore vent’anni fa con il sindaco Bruno Semeraro.

C’è Pino Pulito, che però ha lo stesso problema di Chiarelli e in più un deficit di credibilità. Doveva rappresentare il rinnovamento: si è rivelato fragile e approssimativo. L’arroccamento oltranzista, non andare in consiglio comunale per reclamare il diritto al ballottaggio perso a giugno per ventitré voti, lo ha poi reso inaffidabile perché ha privato di rappresentanza i suoi elettori e di prospettiva politica Forza Italia.

Quando si assume una posizione così radicale, per di più sostenuta da invettive sovraeccitate di referenti locali e nazionali del proprio partito, si dovrebbe essere certi di avere ragione. O almeno vincolare il proprio convincimento a una rigorosa analisi dei fatti, non ad aspettative tra il vittimismo, il sospetto e la propaganda. Pulito avrebbe potuto essere giustificato, in termini politici e istituzionali, se il dato elettorale di giugno fosse stato sconfessato dal riesame delle schede predisposto dal Tar in tre sezioni come effetto del suo ricorso. Viceversa, si è dimostrata una leggenda metropolitana la valanga di voti che gli sarebbero stati sottratti.

Giustamente i Leali per Martina hanno attuato, in questi mesi, un’opposizione critica e costruttiva. La sgangherata Forza Italia, invece, è andata alla deriva. Leonardo Conserva, che ha ufficializzato il suo rientro in politica con Fratelli d’Italia, potrebbe risultare un’àncora sia per l’identità del Centrodestra, sia per lo stesso Pulito che, facendo un’opposizione seria in Consiglio comunale, potrebbe recuperare credibilità e, chissà, proporsi al Consiglio regionale tra due anni.

Conserva dicono che sia molto gradito ai cacciatori di teste di Berlusconi. Moderato, ancora giovane, alto profilo, ampia esperienza politica e amministrativa, è ricordato dai martinesi come l’unico sindaco che ha unito il Centrodestra per i cinque anni del suo mandato nonostante le consuete lacerazioni. Assente in politica dal 2009, quando non fu riconfermato come consigliere provinciale in elezioni che videro azzerata l’intera rappresentanza martinese a Taranto, non è stato intaccato dall’involuzione rovinosa e dilettantesca della sua area politica dal 2007 in poi.

Soprattutto la sua identità, ex di Alleanza Nazionale di provenienza cattolica liberaldemocratica, lo rende un credibile interprete di quella idea di andare oltre il polo del suo antico mentore Pinuccio Tatarella. Sceglierlo come candidato al Parlamento potrebbe significare non solo sfidare Pentassuglia, direttamente o indirettamente, sul suo stesso terreno, l’elettorato moderato e di opinione, ma offrire al Centrodestra una prospettiva moderata di ricostruzione azzerando il conflitto di personalismi che lo rende politicamente insignificante.

A Roma potrebbero capirlo. E a Martina?

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