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Chiarelli vittoria effimera, Penta salva il Comune

di Pietro Andrea Annicelli

06/03/2018 Politica

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Chiarelli vittoria effimera, Penta salva il Comune

 

Un tentativo di analisi del voto a Martina Franca deve considerare i dati di tre altre elezioni: le politiche del 2013 (alla Camera), le europee del ‘14, le scorse comunali

 

IL MOVIMENTO 5 STELLE, cinque anni fa, ottenne il risultato più significativo prima dei 7869 voti di domenica (8248 al candidato eletto deputato nel collegio, Gianpaolo Cassese): 5998. Alle europee, un anno dopo, i pentastellati sono alquanto ridimensionati: 4013. Il M5s addirittura scompare alle comunali, dove non entra neppure in Consiglio: 929 (1176 alla candidata sindaco Franca Pulpito).

Le cause d’un consenso così erratico vanno ricercate nella struttura liquida del movimento, nell’attrattiva del simbolo per il voto di protesta che si dissolve alle comunali, nel radicamento labile d’un gruppo chiuso. Un loro merito è aver evitato infiltrazioni di ambienti di estrema destra populista e di arrivisti senza arte né parte. Un demerito è non aver colto, per limiti di cultura politica e per ambizioni personali, soluzioni più competitive come l’ipotesi di candidare sindaco il giornalista Agostino Quero, caldeggiata da ambienti della società civile e che sarebbe stata di rottura rispetto al tripolarismo Centrosinistra, Centrodestra popolar-populista, Centrodestra moderato. Un fatto è che il M5s, attualmente, resti estraneo alla politica martinese nonostante sia stato la forza politica più votata il 4 marzo.     

 

NEL CENTRODESTRA gli 11273 voti a Gianfranco Chiarelli sono analoghi ai 10889 al Popolo delle Libertà nel 2013 (l’ex deputato fu candidato nel listino bloccato dell’allora maggioritario). Quei voti furono 11611 considerando le liste minoritarie: Fratelli d’Italia (263 voti), la Destra (144), il Partito Pensionati (126), Grande Sud (117), Moderati in Rivoluzione (41), Intesa Popolare (18), Lega Nord (13). Un anno dopo, alle europee, il consenso calò drasticamente: Forza Italia 5687, Nuovo Centrodestra 939, Fratelli d’Italia 477, Lega Nord 140 per un totale di 7243.

I poco più di quattromila voti in meno furono quasi sicuramente l’effetto dell’affluenza ridotta per una città che tradizionalmente va a votare qual è Martina: 49,2%. Quasi diciannove punti in meno delle precedenti europee del 2009: 68,1%. L’anno prima alle politiche aveva votato il 73,55% degli aventi diritto. Alle comunali, un anno fa, furono il 69,72% al primo turno e il 52,43% al secondo. Domenica sono stati il 72,23%.

Il dato di Forza Italia alle comunali, 6727 suddivisi tra la lista ufficiale (2810 voti), il Movimento Pino Pulito per Martina a nome del candidato sindaco (2906), la civica Martina Popolare (1011), è analogo ai 6863 di domenica. Mostra, in apparenza, un elettorato piuttosto fidelizzato. Se si considera l’incremento di Fratelli d’Italia (dai 600 delle comunali a 914), l’area di Pulito e del coordinatore Giacomo Conserva pare aver sostenuto compatta Chiarelli. Inaspettatamente, visti i rapporti pubblici ufficialmente non eccellenti, almeno fino a qualche tempo fa.   

 

L’AGGREGAZIONE MOLTO ETEROGENEA DI FORZE messa insieme proprio da Chiarelli per le comunali, tenuta insieme dal prestigio del candidato sindaco Eligio Pizzigallo, alla prova delle politiche pare invece essersi sfaldata. Sottraendo agli 11273 voti complessivi  i 535 al solo candidato, i 6863 a Forza Italia, i 914 a Fratelli d’Italia, la cifra restante è 2961. Ma la coalizione che sostenne Pizzigallo ne ottenne ben 9792 al primo turno delle comunali: 3301 ai LeAli per Martina, 3055 a Direzione Italia (il nome che aveva allora il movimento di Raffaele Fitto a cui aderiva Chiarelli), 1784 all’Unione di Centro, 1250 a Martina Futura e Democratica, 402 a Solidarietà e Lavoro. Che cosa significa? Ci ritorneremo. 

 

IL PARTITO DEMOCRATICO riceve 4537 voti alle politiche del 2013. Il Centrosinistra ottiene poi i 1499 di Sinistra Ecologia e Libertà e gli appena 89 del Centro Democratico per un totale di 6125. Alle europee dell’anno dopo il Pd con Matteo Renzi segretario (quello del 40,81% su scala nazionale) ha 6577 voti, a cui si aggiungono gli appena 649 della Lista Tsipras e i 139 de l’Italia dei Valori. Lo scorso anno, al primo turno, la coalizione di Centrosinistra riceve 7668 consensi (5501 i democratici, 1447 la civica Martina Visione Comune, 720 la civica SiAmo Martina).

Domenica al Centrosinistra vanno 4939 voti (Pd 4302, analoghi a quelli di cinque anni fa, +Europa 387, Civica e Popolare Lorenzin 145, Italia Europa Insieme 105). Ci sono anche i 386 di Liberi e Uguali il cui candidato deputato era però Antonio Rotelli e non Donato Pentassuglia (nella foto): l’area politica di provenienza è analoga, ma Leu non è nella coalizione. La sostanza non cambia. Il Pd regge, ma da solo non brilla. Il resto dello schieramento è poca cosa. 

 

IL SACRIFICIO DI PENTA. C’è però un dato che differenzia il Centrosinistra dal M5s e dal Centrodestra: Pentassuglia surclassa Cassese e Chiarelli per consensi personali: 2446 a 559 e 535. Così la cifra totale Pd + alleati + voti al candidato è 7385, analogo al dato delle comunali. Anche la percentuale, intorno al 30%, è la stessa. Però, grazie ai voti personali di Penta, il Pd ottiene un successo d’area: 6748. Almeno a Martina, la fine del renzismo supera il suo apogeo, cioè il dato del Pd alle europee.

Ancora più importante è il valore politico della partecipazione di Penta alle elezioni. Ricordiamo che il consigliere regionale accettò obtorto collo la candidatura perché l’accordo in direzione nazionale tra Renzi e Michele Emiliano, che dava mano libera in Puglia al governatore per le candidature, lo privava d’un seggio sicuro al proporzionale. In pratica il Pd gli chiedeva una mission impossible in un collegio in origine ritenuto sicuro per il Centrodestra, poi diventato a cinque stelle dando a Cassese ben 66276 preferenze.

Pentassuglia (voti complessivi 24608) non è mai stato in partita. Ma neppure Chiarelli (50908). Anzi la fregatura che l’ex deputato ha ricevuto dal Centrodestra è ai limiti dell’affronto personale. Non si fa a uno con il suo curriculum politico e professionale, sempre leale con la sua parte politica, lo sgarbo di candidare nel collegio senatoriale di Taranto, da lui richiesto, Maria Francavilla, moglie del presidente della Provincia, Martino Tamburrano, impossibilitato a candidarsi perché non s’era dimesso nei tempi di legge.

Il primato di Chiarelli a Martina è una vittoria di Pirro. Non lo è quello di Pentassuglia. Superando di poco i voti del 2013, il Centrodestra ottiene un risultato buono ma non eccellente. Corroborando il Centrosinistra, Pentassuglia si è reso una volta di più il garante e il custode dell’Amministrazione comunale, oltre che del patto generazionale che consente al Centrosinistra di governare e di formare una giovane classe dirigente.     

 

IL MITO D’UNA MARTINA AL 70% DI CENTRODESTRA che qualcuno si ostina a riesumare, non importa se per illudersi o per propaganda, ancora una volta è stato smentito proprio dal voto a Chiarelli. Fosse stato vero, il deputato uscente avrebbe ricevuto un consenso analogo a quelli sommati di Pulito e di Pizzigallo al primo turno delle comunali: 8374 più 9224 fanno 17598. Non avrebbero cambiato l’esito delle elezioni, però si sarebbe riflettuto sulla legittimità del Centrosinistra a governare Martina.

Il dato reale è indietro di 6325 voti. Vuol dire che Chiarelli è stato boicottato e che il Centrodestra non è stato unitario? No. Il Centrodestra ha portato il suo candidato in maniera abbastanza compatta. Semmai il limite, veniale visto l’analogo problema di Cassese e l’andamento delle elezioni, è che Chiarelli ha ricevuto poche centinaia di voti personali.

La verità è che non esiste a Martina un voto così ampio fidelizzato al Centrodestra. Esiste semmai una percentuale, probabilmente ancora più ampia del 70%, di moderati: di destra, di centro e di sinistra. O, se preferite, di tendenza conservatrice, prudente e progressista. Il loro voto si sposta liberamente a seconda della qualità e delle prospettive della proposta politica. E spiega perché da un quarto di secolo, da quando cioè il sindaco è votato direttamente dai cittadini, i martinesi ne abbiano eletto cinque di centrosinistra e solo due di centrodestra.  

 

IL VOTO AI PENTASTELLATI, oltre che un segno dei tempi, è un effetto, come abbiamo detto, del loro appeal alle politiche per il voto di protesta: un po’ come, per il toro, il mantello rosso del torero. Se si considerano i 6325 voti in meno a Chiarelli rispetto alla somma di quelli alle comunali per Pulito e Pizzigallo, e li si unisce ai 929 ricevuti dal M5s sempre alle comunali, otteniamo come cifra 7254, vicina ai 7869 ottenuti domenica. Abbiamo però visto che il voto a Forza Italia, apparentemente, tre giorni fa è risultato fortemente fidelizzato. Qualche centinaio potrebbero essere i voti al M5s provenienti dall’area di centrosinistra, forse dall’ex Sinistra radicale, per cui una conclusione semplicistica potrebbe portare a credere che la gran parte del consenso verrebbe dagli elettori delle forze politiche che hanno sostenuto Pizzigallo alle comunali. Ma come sarebbe potuto avvenire se proprio Chiarelli è stato un promotore di quella coalizione? 

Qui il discorso diventa complicato e il terreno scivoloso. È arduo ipotizzare quali potrebbero essere stati, se ci sono stati, i passaggi più o meno inconsapevoli e fisiologici di consenso dalle formazioni civiche al M5s. È però verosimile che chi l’ha votato provenga, oltre che dalla schiera degli astenuti, dalle fila di coloro che alle comunali hanno votato per Pizzigallo e per Pulito. Esattamente da quali ambiti, e in che misura, non so dirlo. Vale comunque il discorso già fatto sul voto libero. E a Martina il M5s, inteso come forza di consenso alle comunali e di governo della città, è tutto da costruire. 

 

LA PERDITA DI CHIARELLI, nel quadro politico che si va a delineare anche rispetto alle previsioni per il governo nazionale, è relativa per quanto spiacevole, avendo egli svolto sempre i compiti d’un deputato all’opposizione. Il danno immediatamente percepibile è alla tradizione che voleva un martinese sempre in Parlamento dall’Assemblea costituente (Alfonso Motolese) a oggi. Pentassuglia mantiene il seggio in Consiglio regionale. Anzi potrebbe avere in futuro quell’assessorato che Emiliano non gli ha dato all’inizio della legislatura per ostracismo verso i renziani.

Il dato positivo, soprattutto di fronte al rischio di salti nel buio per l’evidente mancanza di alternative come classe dirigente, è che l’Amministrazione Ancona, grazie a Penta, si consolida in attesa del pronunciamento del Tar, il 21 marzo, sul ricorso di Pulito (ne riparleremo). La Regione potrebbe ricevere qualche scossone, oltre che dalla massiccia avanzata dei pentastellati, dall’attivismo del presidente Emiliano verso l’intesa per un governo di scopo del M5s garantito dall’appoggio esterno del Pd. Potrebbe essere lui il traghettatore, eventualmente con la regia del Presidente della Repubblica: devo questa idea, ardita ma plausibile, a una conversazione telefonica con l’eccellente Agostino Convertino, l’unico che conosco capace di avere visioni psichedeliche gustando i ricci a Mola di Bari.

Per Penta, caduto in piedi, il futuro è aperto: dalla ricandidatura al Parlamento nel caso, probabile, d’una legislatura breve, alla candidatura a sindaco di Martina nel 2022. La domanda di prossima attualità non sarà che fine farà lui, ma il Partito Democratico. Però a livello nazionale. A Martina raramente, forse mai, è stato così unito.       

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