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Carlo Dilonardo: «Il mio sentimento estremo»

di Redazione

12/09/2017 Spettacoli

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Carlo Dilonardo: «Il mio sentimento estremo»

«Dopo il successo della versione teatrale andata in scena nella stagione 2015/2016, in occasione dei cento anni dalla stesura, ho voluto realizzare una nuova versione di questo labirintico testo. Una versione che vede gli attori-personaggi bloccati, incastrati nelle perverse dinamiche della società borghese del tempo, con dei riflessi attualissimi». Carlo Dilonardo, regista, tra i protagonisti della cultura cittadina, è soddisfatto del ritorno sul palcoscenico, domenica scorsa per due spettacoli, de Il piacere dell’onestà, opera di Luigi Pirandello. Venerdì un nuovo appuntamento: uno spettacolo dedicato a Maria Callas.

Cosa c’è stato di nuovo in questa riproposizione?          

«La figura di Luigi Pirandello e le sue innovazioni sceniche hanno destato in me, da sempre, un grande interesse. Devo molto al professor Giorgio Taffon, mio docente di Letteratura teatrale italiana all’Università Roma Tre, che con grande entusiasmo e professionalità mi ha fatto conoscere a fondo le logiche teatrali del drammaturgo siciliano. Il pubblico si è potuto immergere in una location suggestiva e di grande impatto visivo ed emozionale. Ho proposto una realizzazione del testo pirandelliano in formula di reading space tentando di dare al pubblico la chiave di quella stanza della tortura alla base dei primi testi del Premio Nobel. L’evento è stato patrocinato dagli Assessorati al Turismo e alle Attività culturali essendo stato inserito nella rassegna That’s Martina». 

Come si colloca nel novero della tua attività teatrale e della tua attività in genere?

«Ho dedicato i miei studi alla drammaturgia e al teatro del Novecento. Ho incontrato vari autori contemporanei: da Salemme a Eduardo, da Brecht a Pinter, da Ayckbourne a Beckett. Ma nutro un’indescrivibile ammirazione per l’analisi del rapporto attore-personaggio presente nei testi pirandelliani. Il teatro sta tutto lì, in quel rapporto osmotico tra l’uno e l’altro, fra i quali si pone il regista, che io vedo come una figura che deve essere capace di accompagnare l’uno verso l’altro. Un’osmosi che, in scena, magicamente diventa simbiosi». 

Dove va la ricerca espressiva di Carlo Dilonardo?

«La ricerca è continua. Non si arresta mai. Ogni spettacolo che dirigo o che, in qualche modo, mi vede in azione, è segno di una ricerca. Io stesso, quando si chiude un sipario, devo ri-cercarmi: avidamente scelgo il copione da realizzare, il prossimo spettacolo da dirigere. Fare teatro è cercare, è cercarsi. Lo fanno tutti coloro che, a vario titolo, ne sono coinvolti: attori, registi, macchinisti, scenografi. Il pubblico stesso sceglie di cercarti, ricercarti, per conoscere quello che tu vuoi comunicare. Ho un profondo rispetto per lo spazio scenico. Io non gioco a fare teatro. La mia ricerca è figlia di un sentimento estremo, inspiegabile, ineludibile».

Che cosa ci dobbiamo aspettare prossimamente?

«È un periodo molto impegnativo. Dopo la riproposizione de Il piacere dell’onestà e l’appuntamento di venerdì dedicato a Maria Callas, il 24 settembre sarà rappresentato a Trani uno spettacolo di Walter Veltroni, da me diretto, avente come tema l’annosa piaga del bullismo. Voglio ringraziare tutti coloro che effettueranno questi viaggi con me. Non cito nessuno, per paura di dimenticare qualcuno: ciascuno di loro sa benissimo quanto io sia riconoscente. Successivamente, proseguiranno le presentazioni del mio libro, realizzato con l’associazione Salam di Martina Franca: Io. Il mio viaggio. Storie di quattro migranti che ce l’hanno fatta. A dicembre lavorerò a un altro libro e a un nuovo spettacolo. Insomma, una ricerca continua». 

Negli ultimi dieci anni Martina ha progressivamente incrementato, nella nuova generazione tra i venti e i quarant'anni, un'attività culturale nella musica, nel teatro e nelle arti in genere che in qualche maniera c'è sempre stata ma che, a differenza del passato, non è più guardata con sospetto o indifferenza ma riceve un generale apprezzamento. Soprattutto, è considerata una risorsa anche economica. Quale riflessione ritieni di poter fare su questo fenomeno?

«Martina è sempre stata una città di eccellenze. Il trend di questi ultimi anni conferma un percorso molto attivo che la città ha intrapreso. Siamo presenti praticamente ovunque: nel campo della letteratura, del cinema, della danza, del teatro. Tuttavia i miei maestri, quelli veri, hanno sempre sottolineato che nel nostro mondo il segno della bravura e della professionalità di ciascuno sta nella durata della propria esistenza artistica. Voglio dire che alla base deve esserci un percorso di studi, un’adeguata preparazione, un rispetto per il proprio lavoro e per gli altri. Questo è un lavoro che fanno tutti, ma che non è per tutti». 

Il Festival della Valle d'Itria e la cultura possono costituire un vantaggio competitivo per l'economia di Martina e del territorio, come suggerisce Francesco Lenoci?

«Il Festival della Valle d’Itria è una macchina artistica, culturale, economica avviatissima che consente alla nostra città di essere conosciuta in tutto il mondo nel campo del belcanto. Ed è ovvio che sia un bene da tutelare. Credo fermamente che Martina debba essere un polo culturale tutti i giorni, soprattutto perché la sua bellezza e le sue potenzialità glielo consentono. C’è bisogno che enti, associazioni, personalità della cultura si mettano a tavolino e si confrontino seriamente su questo aspetto. Negli ultimi anni, senza dubbio, sono state poste le basi per una strategia di animazione culturale non più stagionale, ma annuale. Siamo sulla strada giusta ed è importante continuare a percorrerla in modo attento e oculato».  

La foto di Carlo Dilonardo è di Rosanna Carrieri. Per gentile concessione.

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