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Azzurra Caccetta e ci˛ che resta dei Pink Floyd

di Mark Aymondi

06/11/2017 Musicando

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Azzurra Caccetta e ci˛ che resta dei Pink Floyd

 

«Alla fine, tutto ciò che conta è se ti commuove o no». Aveva trent’anni, Roger Waters, quando lo disse di The dark side of the moon, una delle opere indispensabili del rock e della musica del ventesimo secolo. Oggi colui che fu il bassista dei Pink Floyd di anni ne ha settantaquattro. Non faceva un album completo da venticinque e da Amused to death. Opera notevole. Forse non abbastanza considerata. Is this the life we really want?, più volte annunciato e posticipato per poter prendere di mira nei testi il «leader senza cervello» Donald Trump, è probabilmente il disco più importante dell’anno.

A rappresentare l’immagine della donna che Waters vagheggia come personale redenzione dai mali del mondo c’è una ragazza pugliese. È Azzurra Caccetta, ballerina e attrice che vive e lavora a Londra. L’hanno scelta, dopo un provino ad aprile, per impersonare la protagonista dei due cortometraggi realizzati da Waters e dal regista Sean Evans. «Il mio personaggio è una rifugiata, dunque una donna le cui vicissitudini sembrano lontane dalle nostre vite», dice. «Ma è anche una madre a cui il destino ha riservato la più atroce delle tragedie: perdere la figlia». 

Il ricordo e l’assenza, il filo ininterrotto e liricamente disturbante che lega l’intera opera dei Pink Floyd, attraversano entrambi i filmati di due delle composizioni più intense dell’album: The last refugee e Wait for her. «Lo scopo di entrambi i corti è indurre a empatizzare con il dolore altrui» dice Azzurra. «Per interpretare questo personaggio ho provato a immedesimarmi nella condizione di totale miseria, profondo dolore e vuoto interiore d’una donna la cui bambina era stata inghiottita dal mare».

Waters canta, anzi declama, l’irrimediabilità della perdita in The last refugee: «E sognai di dire addio /alla mia piccola. /Lei stava guardando il mare /per l’ultima volta». I bambini dei profughi che muoiono nelle fughe dalle guerre si aggiungono, nella sua coscienza sensibile, all’assenza infinita del padre Eric Fletcher. Mai conosciuto. Caduto in un combattimento nella seconda guerra mondiale dopo lo sbarco ad Anzio. Mai ritrovato. Come tanti padri che anche nel ventunesimo secolo, da qualche parte nel mondo, non tornano dalla guerra.  

«Più passa il tempo più la storia dei Pink Floyd cresce di statura, va oltre i confini di una sequenza di dischi, per quanto belli e importanti possano essere, supera di slancio le orbite consuete, sembra diventare un monumento imperituro alla più grande utopia coltivata dalla musica popolare del secolo scorso: reinterpretare il mondo, se possibile cambiarlo, o quanto meno contribuire a renderlo più bello, più accettabile, più degno di essere vissuto». L’ha scritto Gino Castaldo su Repubblica in un articolo che presentava, in allegato al giornale, tutti i loro dischi. C’è da crederci. Lo testimonia la monumentale raccolta The early years 1967-1972annunciata in vendita dall’11 novembre: ben ventisette album che costituiscono l’opera omnia con inediti, memorabilia, gadget, dei Pink Floyd psichedelici e underground prima di The dark side of the moon. E lo ribadisce la mostra fotografica Their mortals remains, annunciata tre anni fa e poi rinviata, terminata a Londra per riaprire, forse, a Roma.

Quella dei Floyd è una narrazione erratica, talvolta involontaria, del percorso della loro generazione. Dalla fuga nell’utopia hippie d’un mondo pacificato attraverso il sogno e l'armonia con la natura alla riproposizione stanca, inesorabile, della violenza e dell’odio della guerra che si pensava di aver allontanato, forse per sempre, attraverso la speranza del dopoguerra. Aver imparato. Dagli errori e dagli orrori di quelli che c’erano stati prima.

Invece la storia umana ripropone nuovi errori e orrori. Waters canta nella malinconica Dejà vu, stesso titolo dell’omonima, luminosa canzone di David Crosby, ma senza luce: «E se fossi un drone /che pattuglia i cieli stranieri /con i miei occhi elettronici per orientarmi/ e per l’effetto sorpresa /avrei paura /di trovare qualcuno in casa». Segue l’effetto sonoro irresistibile d’una esplosione che frantuma vetri. I contemporanei penseranno alla morte ingiusta e ignobile dei civili come danno collaterale degli omicidi selettivi nella guerra del Pentagono al terrorismo islamista. Ma gli appassionati non potranno non ritornare, nella storia emozionale dei Pink Floyd, al terrificante urlo cosmico dello stesso Waters in Careful with that axe, Eugene, forse la più intensa e drammatica delle loro composizioni dell’era psichedelica. Anticipatrice dell’interrogativo che riassume la più grande paura dopo Hiroshima e che Waters esplicita in un verso di The wall: «Mamma, pensi che sganceranno la bomba?».

«È stato per me un grande privilegio aver potuto collaborare alla realizzazione di questi due corti, il cui scopo è sensibilizzare gli animi verso i rifugiati, ai quali abbiamo il dovere di prestare aiuto e totale supporto» rileva Azzurra Caccetta. Se The last refugee è il dolore del commiato da chi se n’era andato prima di vivere abbastanza, Wait for her è la riappropriazione del sé nonostante l’angoscia irrimediabile del ricordo. «Esiste una continuità tra i due corti. Ma al tempo stesso sono aperti a varie interpretazioni. In Wait for her il testo e la musica sono attraversati da una profonda malinconia e da una delicata sensualità, elementi di cui il mio personaggio si arricchisce».

C’è comprensione, amore, volontà di cura e, soprattutto, consapevolezza della di lei sofferenza nella dedizione d’un Waters canuto, anziano, fragile ma indomabile, ripreso mentre suona il pianoforte registrando insieme ai musicisti. Wait for her è una canzone, delicata e resiliente, tra le più belle ascoltate in tempi recenti. C’è un equilibrio poetico tra la grazia e il dolore nella donna che si trucca e si veste per farsi bella. Poi piange allo specchio, al lato del quale ha attaccato la foto della bimba perduta. Poi ritorna, bella e impassibile, ad andare incontro alla realtà. «Questa donna, che è anche una danzatrice di flamenco, porta un dolore che le lascia un profondo e incolmabile vuoto interiore unito a una condizione di desolazione e miseria» spiega Azzurra. «Nel suo cuore, però, la forza di ricominciare e la speranza, forse, di tornare a casa, riescono a sopravvivere».

Gli artisti, che conosciamo dalla loro immagine, non per la loro vita reale, possono essere intuiti per come sono attraverso brevi istanti da catturare in tempo reale. Nel filmato, dopo che la donna si è ricomposta dal pianto, Waters canta con passione gli ultimi versi del testo, ispirato dal poeta palestinese Mahmoud Darwish (1941-2008): «E come svanisce l’eco /di quell’ultima scarica di fucili  /ricorda le promesse fatte». Accenna appena un sorriso d’empatia. È lo stesso che, più o meno al secondo minuto del filmato dell’ultimo concerto dei Pink Floyd, a Londra nel 2005, rivolge a David Gilmour che lascia la chitarra slide, suonata seduto, per imbracciare la classica Stratocaster nera e prendere posto al centro del palco, riformando l’unità del gruppo. 

«Credo che sia giunto il tempo di accorciare le distanze che ci separano dal nostro prossimo tenendo bene a mente che siamo tutti connessi da un filo invisibile e indivisibile» conclude Azzurra Caccetta. L’ultima sua riflessione è dedicata alla Puglia e a Trepuzzi, il suo paese d’origine: «Il rapporto che ho con il Salento è emblematico di quello con me stessa. A lungo è stato abbastanza conflittuale. Ma da qualche anno ho intrapreso un percorso spirituale attraverso il quale sto attuando una profonda trasformazione interiore. La percezione che ho della mia terra è decisamente più serena e pacifica. La Puglia è magica nel vero senso della parola. Credo si tratti d’una forza atavica dalle tinte oscure, passionale e travolgente, che la nutre e attraversa così come le mie vene».

Roger Waters forse direbbe qualcosa di simile ai versi di Pigs on the wing, dall’album Animals dei Floyd: «Se non ti fossi interessata a me /e io a te/ avremmo continuato a zigzagare attraverso la noia e il dolore /gettando ogni tanto lo sguardo /in alto, attraverso la pioggia /domandandoci a chi dare la colpa /e cercando i porci con le ali». Cioè, l’impossibile. Che, grazie alla fantasia, qualche volta diventa una realtà.

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