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Guglielmo Boccia: «Solo il Coni e Malagò sanno perché non pagano la schedina a Martino Scialpi»

di Redazione

12/02/2016 Società

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Guglielmo Boccia: «Solo il Coni e Malagò sanno perché non pagano la schedina a Martino Scialpi»

L'avvocato Guglielmo Boccia, quando il Tribunale di Taranto stabilì inequivocabilmente che la schedina giocata nel 1981 da Martino Scialpi era autentica e l'ambulante martinese non era un truffatore come riteneva il Coni, non aveva ancora dieci anni. Era il 1987 e da allora la storia del tredicista testardo è andata avanti, di avvocato in avvocato, fino ad arrivare a lui, ultimo di circa una trentina di difensori che, chi più chi meno, hanno provato a scalare il muro di gomma del Coni. Il 10 febbraio era prevista l'udienza presso la seconda Sezione civile del Tribunale di Roma in cui il giudice monocratico Federico Salvati aveva chiesto alle parti di raggiungere un accordo. Ancora una volta, però, ogni decisione è stata rimandata.

Com'è andata, avvocato?
«Il risultato è noto: tutto è stato rinviato a ottobre, quando dovrebbe esserci la sentenza del giudice Salvati. Diversi mesi fa egli aveva emesso un'ordinanza nella quale chiedeva alle parti di tentare una conciliazione, come prevede espressamente il Codice di procedura civile. La conciliazione poteva avvenire anche in via preliminare, cioè andando in udienza avendo già trovato un accordo. Ho quindi inviato al Coni, e per conoscenza al Tribunale di Roma, due pec dove dichiaravo la disponibilità di Martino Scialpi ad addivenire a un accordo sia in via preliminare che di fronte al giudice nell'udienza del 10 febbraio. Il 26 gennaio ho ricevuto una pecdagli avvocati del Coni, Condemi, Valori e Ranieri, sottoscritta dall'ufficio legale del Coni nella persona dell'avvocato Valeria Panzironi. C'informavano che non aderivano a un incontro preliminare, data la complessità della causa e il suo valore, però si dichiaravano disponibili affinché un tentativo di conciliazione avvenisse, cito testualmente, «sotto la direzione e la vigilanza dell'illustrissimo giudicante», cioè del giudice Salvati. A noi andava benissimo perché gradivamo che il giudice fosse garante della conciliazione».

Invece?
«Il 10 ci presentiamo in udienza. Erano presenti gli avvocati del Coni. Non c'era il presidente dell'ente, Giovanni Malagò, rappresentato dall'avvocato Panzironi con una procura speciale. Il giudice ha riassunto le comunicazioni tra le parti e mi ha dato la parola. Ho allora espresso la nostra volontà di addivenire a una conciliazione e chiesto di capire se interessava la causa in discussione o l'intera vicenda che coinvolge Scialpi, che annovera diversi procedimenti giudiziari sia in sede civile che penale. Anche il giudice Salvati ha chiesto se si stava discutendo una chiusura tombale della vicenda e di chiarire le posizioni rispetto a questa causa. Ha preso la parola l'avvocato Panzironi e ha detto di aver ereditato la questione e che, dopo aver letto le carte, secondo lei non c'erano i margini per un accordo. Il Coni non riteneva di dover pagare la schedina perché, essendo un ente pubblico, deve rispondere del suo operato alla Presidenza del Consiglio, al Ministero delle Finanze, alla Corte dei Conti. L'unica cosa che ritenevano di poter fare era rinunciare a dei crediti inerenti la vicenda e alle spese legali se Scialpi rinunciava a sua volta ai crediti, alle spese legali e a ogni pretesa».

Quindi?
«Era una proposta chiaramente irricevibile. Il Coni può chiedere a Scialpi poche decine di migliaia di euro, mentre lui può chiedere all'ente ben oltre i circa ottocento milioni di lire che vinse nel 1981. Ho fatto presente all'avvocato Panzironi che il Coni, come ente pubblico, può tranquillamente effettuare una transazione con un privato perché è una prassi comune. Dopo quasi un'ora di discussione, il giudice mi ha chiesto di fare una proposta in termini economici. Il valore di questa causa, secondo le carte, è di due milioni e trecentomila euro circa. Abbiamo allora proposto che ci venissero riconosciuti cinque milioni di euro per l'adempimento contrattuale. Il Coni ha rifiutato, per cui c'è stata una chiusura del verbale negativa. Dovrà decidere il giudice Salvati e dovrebbe avvenire, come ho detto, a ottobre».

A ottobre si chiuderà l'intera vicenda?
«No. Ci sono, come ho anche detto, altre cause in corso tra Scialpi e il Coni in ambito penale e civile».

E Scialpi?
«Il giudice Salvati ha voluto che intervenisse per dire la sua. Lui ha rimarcato come questi anni di contenziosi abbiano sostanzialmente rovinato la sua vita e quella dei suoi familiari sia moralmente che economicamente, per cui attende giustizia fiducioso nella magistratura. Lui ritiene che il giudizio possa restituire dignità e credibilità alla sua persona».

Ma come è possibile che un cittadino giochi la schedina, faccia tredici, il Coni dica di non trovare la matrice di quella schedina senza però comprovarlo con i relativi documenti, denunci il cittadino per truffa, egli sia assolto e la sua schedina dichiarata autentica, e per quasi trent'anni il Coni si rifiuti di pagarlo dopo la sentenza del 1987 a cui l'ente, tra l'altro, non si appellò?
«Questa domanda è diretta, precisa e professionale. Da avvocato, rispondo in maniera altrettanto diretta, precisa e professionale. Gradirei che fosse rivolta all'ufficio legale del Coni e al presidente Malagò in persona. Sono loro, infatti, che possono esclusivamente fornire quella risposta che faccia finalmente chiarezza su questo aspetto, che è il senso sostanziale dell'odissea di Scialpi».

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