cronache martinesi

Direttore Pietro Andrea Annicelli

Musica dell'anima: Amerigo Verardi a Martina

di Mark Aymondi

13/01/2018 Musicando

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Musica dell'anima: Amerigo Verardi a Martina

 

«L’ho fatto senza che nulla fosse stato preventivamente calcolato. Prendi il suono della batteria, che non c’è ed è stato sostituito dalle percussioni. Non ho nulla contro la batteria. Semplicemente non avevo abbastanza spazio per tenerla nello studio di registrazione che avevo allestito in casa». Un grande disco come Hippie dixit, pubblicato il 16 dicembre 2016 da The Prisoner Records e album preferito del ‘17 per Cronache Martinesi (secondo il principio che chi l’ha ascoltato, ha iniziato a farlo dallo scorso anno), è il risultato di mirabili coincidenze. Il suo autore, Amerigo Verardi, è un veterano di quella che si potrebbe definire la scena underground del pop e del rock italiano. Mai banale, di riconosciuto talento e notevole sensibilità, Verardi è riuscito a realizzare un disco senza tempo e in stato di grazia come, nell’era delle canzoni fatte a tavolino, non sembrava possibile neanche più immaginare. Questa sera sarà in concerto con il suo gruppo al Caffè Letterario Undercover di via Pacinotti.

Hippie dixit è stato considerato un gioco di parole in molte recensioni ed effettivamente lo è. Ma c’è, secondo me, un altro livello di lettura ed è quello letterale: sottintendere, cioè, una maniera intensa ed emozionale di sentire e di vivere il rapporto benevolo con l’uomo e la natura che l’espressione hippie contiene.

«Innanzitutto si: confermo. Non me la sarei mai sentita d’infilare un titolo che fosse solo una burla e basta. Ci sono diversi piani un po’ come in tutta la musica e le parole del disco. La maturità porta a vedere la realtà come un diamante dalle mille facce piuttosto che in maniera univoca. Per me questa è un’età in cui posso permettermi di fare le cose dandogli un senso differente rispetto a quelle che facevo prima. Non sono partito sapendo in anticipo quello che sarebbe stato il risultato: non pensavo neppure di realizzare un album doppio. Diverse cose non erano in previsione e sono venute da sé. Intendevo lasciarmi alle spalle il disco con Marco Ancona, che considero il mio lavoro più politico perché riassumeva la disillusione e la rabbia di questi tempi. In Hippie dixit ero deciso a evidenziare il bello delle persone mettendo loro al centro. Il senso è che, se fosse dato spazio alla parte di noi che ho cercato di far sentire nel disco, il mondo non sarebbe poi tanto male. Così ragionando, è venuto fuori un album doppio: il bello delle persone ha, appunto, bisogno di spazio».    

C’è stato un momento particolare nella lavorazione che ha influito sul risultato finale?

«Si: uno scambio. Ho dato via una chitarra e mi hanno dato un microfono. Sembra una sciocchezza, ma si tratta d’una di quelle ragioni molto pratiche che portano un musicista a fare delle scelte invece che altre. Avere questo microfono ha significato poter registrare molto bene tutto quello che c'era in casa, dove avevo allestito lo studio di registrazione. Perciò la mancanza della batteria. Ho riflettuto a lungo sui dischi che ho ascoltato in questi anni e in cui le percussioni la sostituivano, primi fra tutti quelli dei Tinariwen. Loro sono un perfetto esempio creativo di ritmo che non ha niente da invidiare al miglior groove ottenuto con la batteria. Lo ricavano servendosi del semplice battito delle mani, del djembe, delle chitarre percosse. Nel loro caso è più semplice perché le canzoni non hanno tanti cambi di ritmo come le mie. Però, alla fine, sono contento del suono che sono riuscito a ottenere».     

C’è molta spiritualità nella tua musica. Ci sono richiami che da un lato mi fanno venire in mente certe cose del David Crosby laico e panteista, dall’altro le sonorità psichedeliche e acustiche dei gruppi cosmici tedeschi d’inizio anni Settanta: penso agli Ash Ra Tempel, ai Popol Vuh. La tua musica però non riprende, cita o copia quelle sonorità, ma le riattualizza in una dimensione fortemente mediterranea.

«Esprimo una musica che è già, per me, Dio. Se Dio c’è, è un concetto di bellezza assoluta: di armonia e anche di armonia fra opposti. Sicuramente in Hippie dixit c’è una spiritualità religiosa legata al concetto che l’uomo ha di Dio. M’interessa molto perché penso che sia importante per le persone avere un riferimento. C’è anche una spiritualità laica che è molto importante. La musica cosmica tedesca aveva a che fare con un’idea di rinascita che era insieme senso di distacco dalla realtà e di distanza dal recente passato della Germania: trent’anni prima, aveva determinato il nazismo e la guerra. Loro erano frustrati dall’essere tedeschi e mi piace pensare che volessero ricreare un mondo nuovo attraverso la loro musica. Sono sempre stato un macinatore di musica. Con il tempo sono riuscito a capire perché è fatta in un modo invece che in un altro da certe persone, e l’effetto che suscita su altre persone. M’interessa molto l’umanità dei musicisti che ascolto. Perciò, negli anni, ho affinato questo desiderio e questa tendenza a voler capire fino in fondo come vivono, quale realtà hanno intorno, perché danno alla loro musica un senso invece che un altro».   

Il discorso si riflette sulla bellissima copertina, che fa venire in mente certi dischi del sound di San Francisco come Sunfighter di Paul Kantner & Grace Slick, If I could only remember my name dello stesso Crosby …  

«È assolutamente vero che in Hippie dixit non c’è stato nulla di calcolato e lo dimostra proprio la copertina. Si tratta d’una foto pubblicata su Facebook da una mia amica fotografa: mi è piaciuto questo uomo che sembra camminare sull’acqua. Esprimeva l’idea informale d’una musica non immediatamente catalogabile qual è quella del disco».

Che cosa puoi dire del tuo lavoro sui testi?

«È più complicato per me parlarne rispetto alla musica. Se per la musica ho potuto provare a dare una descrizione dell’istinto che mi ha portato a farla, per i testi è più difficile. Grosso modo cerco di scrivere la bozza principale di getto, accumulando pensieri e associazioni a ruota libera che poi rivedo. È una sorta di cut up fatto direttamente nella mia mente invece che mescolando pezzetti di carta per poi assemblarli secondo il principio della casualità. Questo automatismo genera flussi di pensieri, idee, sensazioni che accompagnano il mio stato d’animo del momento. Non ricordo più da che cosa sono stato ispirato per alcune frasi dei testi di Hippie dixit. Non lo ascolto da un anno e a volte faccio fatica a parlare di canzoni specifiche. So perfettamente che cos’è per me quel disco: l’ho immaginato talmente forte che l’idea complessiva non può andarmi via. Ma rientrare nelle singole canzoni non è sempre facile».

Che cosa proponi nei tuoi concerti?

«Sicuramente cinque, sei canzoni da Hippie dixit e altrettante dal repertorio precedente: cose che mi fa piacere continuare a cantare. Suono con l’Hippie Quartet che è formato, oltre che da me alla chitarra acustica e alla voce, da Isabella Benone al violino e ai cori, Alessandro Muscillo al basso e ai cori, Dino Semeraro alla batteria e alle percussioni. Cerchiamo di rendere le canzoni dal vivo abbastanza simili a quelle che si possono sentire nei dischi. Il sound è un po’ diverso: è il risultato degli strumenti che … riesco a infilare nel portabagagli della mia auto».

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