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Direttore Pietro Andrea Annicelli

Franco Caroli: «Vorrei un giornale con i fatti separati dalle opinioni»

di Redazione

18/01/2018 Società

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Franco Caroli: «Vorrei un giornale con i fatti separati dalle opinioni»

 

Questa sera alle ore 18.00, nella sede del Gruppo Umanesimo della Pietra in via Barnaba 6, sarà presentato il nuovo libro di Francesco Caroli Stampa, Artebaria Edizioni. Introdurrà Nico Blasi, coordinatore di Umanesimo della Pietra e direttore della rivista Riflessioni, interverranno insieme all’autore l’operatore culturale Francesco Semeraro e il giornalista Pietro Andrea Annicelli. A Franco Caroli abbiamo chiesto di approfondire il suo discorso sull’informazione. 

Perché hai scelto di considerare, sotto il profilo della stampa e quindi dell’informazione, Martina Franca come esempio della situazione generale del settore in Italia?

«Posso dire che Martina Franca ha scelto me. Nel senso che, essendo la mia città, è stato naturale che mi occupassi di essa nelle mie cronache. Anche se, in verità, devo dire che ho tentato più volte di recidere il cordone ombelicale. A metà degli anni Settanta tentando d’intraprendere la professione giornalistica a Roma dopo gli studi universitari, chiedendo delle collaborazioni a due dei maggiori giornali italiani di allora: Paese sera e Il Messaggero. Ma la prospettiva di una lunga gavetta, e il problema del servizio militare che dovevo ancora assolvere, mi riportarono in Puglia. Iniziai così una collaborazione con uno dei giornali locali, Città e campagna, dalle cui pagine attivai una ricerca e un dibattito sul ruolo dell’informazione nel Sud e in Puglia. Da lì, partendo da quella esperienza, riuscii ad ottenere delle collaborazioni come programmista con la Rai regionale, allestendo due serie di inchieste per una trasmissione radiofonica. Dopodiché iniziai a collaborare con il Quotidiano, diretto da Beppe Lopez, che si aprì nel 1979 a Lecce». 

Da lì è partito un percorso che ti ha portato a fondare Il Paese nuovo.

«La collaborazione con Quotidiano è durata ben quindici anni. Si concluse appunto dopo la fondazione, da parte mia nel 1993, di una testata giornalistica, Il Paese nuovo, che si rivolgeva ai lettori del comprensorio dei trulli e delle grotte. Come recita il sottotitolo del mio libro, la notizia come si determina e si riproduce dall’estrema periferia del Villaggio globale, in una società globale com’è ora la nostra, ogni comunità locale può contribuire ad attivare informazioni e messaggi di carattere generale. Faccio un esempio: in un’intervista dei primi anni Ottanta all’onorevole Flaminio Piccoli, in occasione di una sua presenza al Festival della Valle d’Itria, oltre a questioni di carattere particolare si ponevano nel discorso anche quesiti a largo raggio, come ad esempio la costituzione delle prime frange di brigatisti rossi a Trento, città natale del parlamentare democristiano. In Italia la stampa, in particolare quella quotidiana, è sempre stata, per origini storiche, sottoposta a una specie di controllo preventivo da parte del potere, politico ed economico. Ogni esperienza giornalistica locale si rifaceva in qualche modo al tipo di informazione paludata e conformista messa allora in atto dal Corriere della sera, posta in seguito in crisi dalla nascita di Repubblica nel 1976. Anche a Martina Franca, i termini di paragone furono con quei due modelli giornalistici. Da parte mia, fu naturale che mi rifacessi al modello scalfariano. Per questo, nel copertina del libro Stampa è posta come sottofondo una pagina del primo numero del giornale diretto da Eugenio Scalfari». 

Come è cambiata la maniera di fare informazione a Martina Franca dagli inizi della tua attività giornalistica ad oggi?

«Non farei solo una questione di carattere locale. Il giornalismo in Italia è cambiato ovunque, non solo a Martina. La nuova frontiera del giornalismo online e attraverso i social sta purtroppo cambiando i termini della professionalità giornalistica. Tutti ora possono fare informazione, usando purtroppo, ed amplificandoli all’inverosimile, i modelli tradizionali del giornalismo italiano: cioè voler fare opinione e non informazione. Bisogna comprendere una buona volta per tutte che non si tratta, come sempre, della questione di educare, condizionandolo, il pubblico dei propri lettori, ma di informarlo. Ed è questo che ancora non si riesce a comprendere». 

Quali sono state le difficoltà maggiori e quali le principali soddisfazioni del fare un giornalismo locale?

«Le difficoltà sono state legate agli orari, cioè al non avere orari. Chiudere un articolo o un certo numero di pagine rispetto ai tempi di uscita del giornale, comportava spesso veri e propri tour de force, il più delle volte trascurando gli affetti familiari. Le soddisfazioni, invece, quelle di entrare nelle problematiche e nelle questioni più di attualità dei nostri tempi. Stare sulla notizia è un modo di dire in ambito professionale che chiarisce forse meglio di qualsiasi altra cosa quali dovrebbero essere sempre le coordinate per un buon giornalismo». 

C’è speranza per il giornalismo in Italia e a Martina Franca?

«Questo non lo so: non lo posso prevedere. Allo stato attuale, il giornalismo italiano vive una sorta di patologia nel quale mi è difficile riconoscermi: tutti cercano di urlare la propria presunta verità, tentando di condizionare e indirizzare l’opinione pubblica. Questo non è giornalismo. Io aspetto ancora un giornale che, secondo la buona tradizione anglosassone, separi i fatti dalle opinioni, diversificando queste ultime e lasciando liberi i lettori di farsi una propria opinione. Sono perciò contento che il mio libro si apra con un’intervista a Piero Ottone, che fu senz’altro un maestro, forse inascoltato, di questo tipo di giornalismo».

 

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