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Direttore Pietro Andrea Annicelli

Michele Marin˛ e gli Strange Flowers: la resilienza della musica vera

di Mark Aymondi

28/01/2018 Musicando

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 Michele Marin˛ e gli Strange Flowers: la resilienza della musica vera

 

Ieri sera, a Pisa, gli Strange Flowers hanno celebrato i primi trent’anni della loro attività con un concerto durante il quale si sono avvicendati sul palco tutti i musicisti che dal 1987 hanno suonato nella formazione insieme a Michele Marinò.

Cosa sono stati questi trent’anni di musica erratica?

«Un’odissea nel mondo dell’undeground italiano ed europeo: mettiamola così. Sono stati la realizzazione d’un progetto che non sempre ha avuto i riconoscimenti che avrebbe meritato». 

Magari un sogno che è diventato realtà.

«Fino a un certo punto. Un sogno che si realizza è riconosciuto da tutti. Noi siamo stati riconosciuti per quello che siamo da un numero limitato di appassionati e dalle persone a noi vicine. In parte per colpa nostra: non siamo stati sufficientemente aggressivi quando era il momento. E quando avremmo potuto farlo, erano ormai cambiati i tempi affinché potessimo ricevere quel riscontro che era nelle nostre possibilità. Siamo perciò restati una specie di gruppo di culto. Un gruppo misconosciuto: perciò ho parlato di odissea. Abbiamo vagato nelle galassie della musica underground come uomini invisibili per buona parte del nostro percorso».

  

Volendo fare un bilancio dei vostri primi trent’anni?

«Artisticamente mi sento pienamente realizzato. Siamo riusciti a fare delle cose di cui penso che possiamo essere fieri sia per quanto riguarda i dischi che i concerti. Abbiamo girato tutta l’Italia e tutta l’Europa, conosciuto tantissima gente che altrimenti non avremmo conosciuto: persone belle e persone meno belle. Girando e suonando con gli Strange Flowers ho vissuto alcuni dei momenti più belli della mia vita. Ci sono personaggi nel mondo della musica che hanno molto apprezzato quello che facciamo. Due nomi per tutti: James Lowe degli Electric Prunes e Rudi Protrudi dei Fuzztones. Siamo stati meno apprezzati dal circuito della musica indipendente italiana, in particolare quelli che fanno le riviste e decidono arbitrariamente in Italia che cosa è giusto e che cosa non è giusto ascoltare. Ma quest’ultimo aspetto può essere considerato una conferma di quello che pensiamo della nostra musica». 

Grazie agli Strange Flowers hai anche trovato moglie e messo su famiglia.

«Giulia l’ho conosciuta perché collaborava con Pierpaolo Magnani nelle proiezioni video durante i nostri concerti. Però Pierpaolo è un mio amico indipendentemente dalla musica, per cui forse Giulia l’avrei conosciuta ugualmente». 

Che cosa consiglierai di ascoltare della musica degli Strange Flowers a tua figlia Aida quando immagino che comincerà a interessarsene?

«Già lo fa a quattro anni, anche se in modo non del tutto consapevole. È molto difficile. Sicuramente le direi di non considerare molto Vagina mother. Tutti gli altri dischi vanno bene». 

Vagina mother, la cui produzione non è stata curata direttamente da te e dal gruppo e di cui non siete mai stati soddisfatti, è da sempre un tuo cruccio. Non per la qualità delle canzoni, ma per la loro resa sonora. Volendo scegliere tra gli altri vostri dischi, quali preferisci?

«Per tutta una serie di ragioni, il disco migliore tende a essere Ortoflorovivaistica. Siamo però molto contenti anche degli altri, in particolare dell’ultimo, Pearls at swine. Ma anche del primo, Music for astronauts, sebbene qualcosina oggi la farei diversamente. A un gradino lievemente più basso ci metterei The imaginary space travel of the naked monkeys, Aeroplanes in my backyard e The grace of losers. Ma davvero lievemente più basso». 

E tra le canzoni?

«Quella che mi rappresenta meglio è No love no pain no fall from grace. Ma sono particolarmente fiero di molte altre: Girls of april, Miriam on the Nile, Dreaming bleeding a bit, Alice’s stealing rainbows, September, Watching the clouds from a strawberry tree … Ce ne sono talmente tante».

  

Sei l’unico componente degli Strange Flowers che ha fatto parte di tutte le formazioni. Qual è stata, finora, la migliore?

«Ah, no: non risponderò a questa domanda. Non posso. Non sarebbe carino nei confronti di tutti coloro che si sono susseguiti. Ogni formazione ha avuto un suo perché, elementi di valore e difetti. Non c’è una formazione che preferisco. Ho sempre suonato volentieri con le persone che sono transitate nel gruppo: tra l’altro, sono tutti degli amici. Suonare negli Strange Flowers mi ha consentito di avere dei legami molto stretti. Andare in giro con un furgone per concerti ti fa diventare una squadra. Sviluppa un senso di cameratismo e un’amicizia che durano per tutta la vita a prescindere da quelle che possono essere delle piccole o grandi divergenze sulla musica».

Ma come è cominciato tutto?

«Gli Strange Flowers sono nati dall’iniziativa condivisa di tre persone: io, Giovanni Bruno e Alessandro Pardini. Poi si è unito a noi Maurizio Falciani. Non c’è mai stato un leader e tutto quello che abbiamo fatto è stato considerato in parti uguali. Poi Alessandro, per ragioni personali, ha dovuto lasciare il gruppo ed è stato sostituito da Stefano Montefiori».

E poi?

«Quando gli altri tre, sempre per ragioni personali, hanno via via lasciato il gruppo, sono stato io a rappresentare la continuità del progetto. In tutte le formazioni che si sono susseguite il progetto è stato condiviso. Gli Strange Flowers non sono mai stati un gruppo al servizio del progetto d’una persona, come qualcuno potrebbe pensare considerando la durata della mia presenza e il fatto che la maggior parte delle canzoni sono state fatte da me. In tutte le formazioni le scelte artistiche sono state condivise, tutti i componenti sono stati fondamentali. Nicola Cionini, oltre a suonare il basso in un tour in Germania nel 1989 a cui non poté partecipare Alessandro, è stato indispensabile nella seconda fase della vita del gruppo. Altrettanto indispensabili, nei periodi in cui hanno suonato, sono stati Alessandro Santoni, Gabriele Pozzolini, Matteo D’Ignazi, Giacomo Ferrari. Ovviamente l’importanza di ciascuno varia a seconda della permanenza. È chiaro che chi ha preso parte a un solo disco non può essere stato importante quanto chi ne ha fatti di più» .

Se non ti esprimi sulla formazione migliore, puoi però chiarire qual è stata la principale.

«Sostanzialmente due. Dopo la prima, Marinò chitarra ritmica e voce, Bruno chitarra solista, Pardini e poi Montefiori al basso, Falciani alla batteria, l’altra formazione principale può essere considerata quella con Marinò chitarra ritmica e voce, Cionini chitarra solista, Santoni basso, Pozzolini e poi D’Ignazi alla batteria. L’ultima, con Ferrari al basso con le tastiere, ha però fatto l’ultimo disco che è uno dei due migliori. Samuele Bucelli, un batterista fantastico, è stato poi importantissimo perché ha suonato per buona parte dell’ultimo tour. Sono stati importanti, a modo loro, Tony Boselli, un batterista, Matteo Sciocchetto, un bassista, e mio fratello Ludovico che ha suonato la chitarra in Music for astronauts. Voglio poi ricordare alcune persone che in questi anni hanno collaborato con noi o ci hanno sostenuto in diversi modi: Joachimm Friedmann, Pierpaolo Magnani, Giulia Altobelli, Maurizio Rosoni, Pietro Andrea Annicelli, Mike Grimminger, Paolo Giommarelli, Tiziano Rimonti. La storia di un gruppo rock non la fanno solo i musicisti, ma anche tutte le persone che ci girano intorno». 

Cosa prevede il futuro degli Strange Flowers?

«Adesso siamo tornati quelli della formazione originaria: Marinò, Bruno, Pardini, Falciani. Dopo il concerto del trentennale, si presume che continueremo. I progetti non sono molto chiari: il bello del futuro è che non lo conosci. La situazione è molto fluida e non sappiamo se faremo un disco, degli altri concerti o qualcos’altro. Nei prossimi giorni c’incontreremo, parleremo e vedremo come proseguire in previsione … dei nostri primi quarant’anni».

In alto, le copertine del primo album degli Strange Flowers Music for astronauts, disegnata da Rudi Protrudi, 1994, dell'ep Across the river and through the trees, 2003 (video qui sotto), dell'album Ortoflorovivaistica, 2006. Più in basso, le copertine dell'ultimo album Pearls at swine, 2015, e del doppio album antologico Best things are yet to come appena pubblicato. Nella foto in primo piano, Michele Marinò fotografato da Giulia Altobelli. 

 

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