cronache martinesi

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La città ripudiata: scene dalla Martina storica

di Piero Marinò*

21/03/2018 Cultura

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La città ripudiata: scene dalla Martina storica

 

Pochi giorni fa, su invito di mio fratello che mi chiedeva la foto di un caseggiato del centro storico, mi sono recato in via Nuova. La porta dell'abitato da fotografare, a piano terra, si trova in un piccolo slargo dove via Nuova termina, per proseguire con il nome di via Cellini, all'incrocio con via Vittorio Alfieri.

Un tempo lì c'era, scendendo un paio di scalini, una piccola bottega di alimentari gestita dal suocero di mia sorella Rosa, Vito Lupoli, altrimenti noto come u jacchète. Nello slargo, davanti alla porta d'ingresso da fotografare, era parcheggiata un'auto color verde ftalo.  

Non mi sono perso d'animo e ho pensato: «Sarà di qualcuno. Vediamo se è disponibile a spostarla per un minuto». Ho suonato a una porta in legno, attigua all'ingresso da fotografare: nessuna risposta.

Ho dato uno sguardo intorno a me e ho visto una signora affacciata a una finestra situata in via Cellini. Quando stavo per chiederle se conoscesse il proprietario dell'auto, la donna non mi ha fatto nemmeno pronunciare una parola che si è rapidamente rintanata in casa chiudendo le imposte. Bah... Che brutta sensazione!

Ho suonato ad altri tre campanelli: niente. Ho bussato ad altre porte, in anticorodal e vetro retinato, ma nessuno ha aperto. Su alcune porte facevano mostra di sé cartelli della serie vendesi e affittasi. A un certo punto mi sono ritrovato al centro dell'incrocio tra via Nuova-via Cellini e via Alfieri. Ho guardato a trecentosessanta gradi nei quattro tratti di strada che confluivano verso di me: non ho visto un'anima viva. Nessuna persona a cui chiedere un'informazione. Nessun residente che mi aprisse la porta di casa. 

Una sensazione di smarrimento, trasformatasi in angoscia, quasi paura, si è impadronita di me. L'auto verde ftalo ferma lì, ai margini dello spazio angusto, assumeva una dimensione sinistra, lugubre.

Istintivamente ho rivisto, nella mia mente, il volto in primo piano de L'urlo di Munch. In uno scenario in cui la solitudine diveniva un fatto palpabile, drammatico, assumevano un sapore amaro anche i versi di una poesia di Alda Merini scritti da una mano anonima sul muro di una parete  prospiciente lo slargo.

Andai via da quello spazio non senza un senso di liberazione.

Ho metabolizzato quelle sensazioni di malessere e nei giorni successivi sono tornato altre volte nello slargo di via Nuova, ma l'auto verde ftalo è sempre lì...

Ora ripenso, a mente più serena, a quella situazione e metto insieme alcuni flash. Già qualche tempo fa don Franco Semeraro mi aveva confidato, con grande rammarico, che le sue visite ad alcuni residenti nel centro storico vanno diradandosi sempre più. E non perché egli abbia minore voglia di portare la comunione in casa dei fedeli impossibilitati a muoversi, ma perché le persone che vi  abitano sono sempre di meno! È tristemente vero. Ma ripenso anche a tante lamentele, da parte di chi abita nel centro storico, nei confronti della delinquenza da cui queste persone devono difendersi. Gabriella Gallo ha segnalato spesso, su Facebook, episodi  e comportamenti incivili nei pressi della sua abitazione: sacchetti di rifiuti fuori posto, gente che orina per strada. Nel 2012 si verificò un omicidio ai danni di un'anziana. La cronaca segnala episodi e arresti connessi a spaccio di droga, furti, anche se, oggi, la situazione appare sotto controllo grazie all'impegno delle forze dell'ordine.

Se proviamo a percorrere le vie all'interno dei vecchi casali ci rendiamo conto che l'abbandono ha assunto dimensioni preoccupanti, drammatiche: i cartelli vendesi e affittasi non si contano. E, per di più, le abitazioni che un tempo ospitavano famiglie numerose non vengono neanche messe in vendita. Sono abbandonate.

Qualcuno vede bambini giocare per la strada?

Gli esercizi commerciali si sono concentrati su due linee direttrici: 1) tra piazza Roma e piazza Garibaldi vi sono negozi e bar, trattorie, una macelleria, qualche negozio di abbigliamento, destinati per lo più al consumo dei turisti; 2) lungo le vie dell'estramurale, tra via Mercadante, via Rossini, via Donizetti, Pergolesi  e Bellini, si affacciano le vetrine e gli ingressi di alcuni studi professionali, qualche bar, un laboratorio fotografico, rivendite di articoli casalinghi, qualche fruttivendolo, una macelleria, un laboratorio tipografico, due farmacie, un paio di rivendite di sali  e tabacchi.

Chi fa lo struscio lungo il Ringo è portato a pensare, come nella canzone di Giorgio Gaber, «Com'è bella la città, com'è grande la città, com'è viva la città, com'è allegra la città, piena di strade, di negozi, di vetrine ...». Ma se dal Ringo si esce e si prendono strade interne, laterali, lo scenario cambia: nelle zone di san Giovanni, Montedoro, san Pietro, la Lama, è la desolazione più completa. Non c'è vita. Una città vuota. Un deserto. 

Chi ancora abita nel centro storico ha una sola, grande preoccupazione: barricarsi in casa.

   

Come è cambiata la storia di questa città, sguarnita nel giro di pochi decenni!

Quando la mia famiglia si trasferì a Martina, nel 1954, andammo ad abitare al terzo piano del palazzo Ruggieri, detto anche dell'Eccellenza, di fianco alla chiesa di san Martino. La popolazione era ancora per la gran parte racchiusa nel centro storico. Fuori di esso c'erano solo poche palazzine popolari, in viale Carella, nelle zone dei Paolotti e della chiesa di san Michele, lungo la cinta muraria.

Le aree di Fabbrica rossa, della Sanità, intorno alla stazione, erano occupate da campagne, vigneti, orti, pinete.

Questo esodo ha radici profonde che meritano analisi ben più ampie di quella proposta in queste poche righe. Ma è storia il fatto che Martina, nel corso dei secoli, abbia coltivato il vezzo di abbattere monumenti antichi, chiese di gran pregio ricche di statue, affreschi, quadri, altari, pur di rinnovarsi e costruire nuovi edifici, religiosi e no. Le chiese della Madonna del Carmine, di San Domenico e San Martino, che oggi possiamo ammirare, sorsero, nel giro di pochi decenni, abbattendo, in una sorta d’irrefrenabile sventatezza autodistruttiva, i precedenti edifici religiosi.

Questa smania di rinnovarsi, di essere in linea con le tendenze dell'epoca, non risparmiò i proprietari di case dominicali che, sulla scorta di quanto stava accadendo alle chiese barocche, non esitarono a far abbattere gli ingressi delle proprie residenze (portali rinascimentali? In bugnato?) per dotarsi di portali barocchi.

Nel suo volume dedicato a Martina Franca, Cesare Brandi non mancò di sottolineare «questo impulso  a cancellare le tracce contadine o paesane e a rinnovarsi in senso puramente cittadino». Anche Cosimo De Giorgi, autore de La provincia di Lecce, bozzetti di viaggio, scrisse parlando di Martina: «E qui noterò che Martina mostra di aver avuto molti e rapidi ingrandimenti; donde nasce che oggi non resta che poco o nulla del suo abitato primitivo. Se in altre città e paesi di Terra d'Otranto il nuovo si è aggiunto al vecchio, e di questo facilmente si scorgono le vestigia negli edifizi, nelle iscrizioni  e nei monumenti, in Martina invece il nuovo ha interamente sostituito il vecchio».

Quando De Giorgi visitò Martina, nel 1880, era da poco iniziata una trasformazione epocale che doveva portare il centro storico, nell'arco di un  secolo, a svuotarsi. In una città che nel 1881 contava oltre diciannovemila abitanti in gran parte residenti negli spazi angusti, umidi e bui del centro storico, che solo dal 1873 si era dotata di un regolare servizio di nettezza urbana, fu il sindaco Alessandro Fighera che diede, legittimamente, avvio ad una politica di modernizzazione favorendo la nascita di una nuova zona di espansione, il borgo, tra la chiesa di Sant'Antonio e l'area in cui sarebbe sorto l'Ateneo Bruni. Le nuove residenze, più ampie e comode, costruite sulla scorta delle indicazioni contenute nel Regolamento dell'ornato, non erano accessibili, economicamente, alle famiglie più povere, per cui la politica di Fighera, volta a liberare il centro storico da una altissima densità demografica, non conseguì i risultati sperati. Significative sono anche le  parole pronunciate il 4 ottobre 1886 dal sindaco Scipione Barnaba, esponente conservatore del partito avverso a quello di Fighera: «È d'uopo ormai che Martina, deposto il saio, vesta panni leggiadri e acconci, onde possa tenere tra le città sorelle il posto che le compete». Alla fine degli anni Cinquanta, la maggior parte della popolazione era ancora arroccata all'interno della cinta muraria angioina.

Furono gli anni del boom economico e la nascita dell'Italsider a favorire un periodo di speculazione edilizia durante il quale la città allargò, a macchia d'olio, la propria periferia soprattutto sul versante orientale e meridionale: la costruzione di palazzi nelle zone di Sant'Eligio, Fabbrica Rossa, Paolotti, via Mottola, Sanità, determinò un esodo senza precedenti dal centro storico  dal quale fuggirono, anche, farmacie, banche, esercizi commerciali più prestigiosi, studi professionali. Era come se le famiglie si allontanassero dalle vecchie residenze rinnegando, o cercando di cancellare, le proprie origini contadine. Quasi si vergognassero di abitare in vecchie costruzioni.

Nel giro di pochi decenni, a partire dagli anni Settanta, la situazione si è rapidamente modificata, sotto i nostri occhi più o meno consapevoli e, o, distratti. Il centro storico, più conosciuto, amato e apprezzato dagli stranieri che dai martinesi, fu sguarnito, impoverito, svuotato, privato di senso. Eppure questo problema fu avvertito da alcune persone più sensibili. Un grido di allarme fu lanciato, nell'ormai lontano 1975, nel corso di un convegno dedicato al centro storico, dalla rivista Nuovapulia, da Armando Gnisci, il quale, nel suo contributo Ipotesi di lettura del centro antico di Martina Franca a proposito della rimozione (furto!) della fontana di piazza Maria Immacolata, così scriveva: «Mercato e fontana non ci sono più: non sono decaduti e scomparsi per vicenda storica, travolti dalla rovina del tempo, né sono stati restaurati, sostituiti; sono stati letteralmente aboliti da una precisa volontà politico-legale di un'amministrazione pubblica. Si è deciso, in ultima analisi, di togliere vita (mercato, fontana) ad un luogo ombelicale della nostra città per realizzare un vuoto disponibile all'uso più volgare e disumano: quello automobilistico. Anche così cambiano le città!».

Poco oltre, approfondendo sempre più la sua lucida analisi, Gnisci concludeva con queste parole: «C'è come un generale e coatto sforzo maniacale di rinnegare, quotidianamente e sempre, le proprie origini di cultura e di classe: contadini dominati  e sfruttati, emancipati forse, anche con un piccolo blasone di nobiltà borbonica o austriaca, ma contadini. Al centro antico non ci sono più mercati, fontane, botteghe, arti  e mestieri: non c'è più vita né interessi (anche indotti come quello turistico folkloristico); c'è una linda miseria, un vuoto disponibile. Il centro di Martina è disponibile (bianco  e pulito come un elettrodomestico) in quanto bel manufatto urbano a qualsiasi uso  e decollo. È una specie di merce di buona qualità in attesa di un qualsiasi compratore per un qualsiasi uso. Così noi, o chi per noi, lo abbiamo voluto, forse senza nemmeno saperlo».

Mancarono, agli amministratori dell'epoca, lungimiranza e amore per il proprio patrimonio artistico, coscienza storica della trasformazione in atto. Oggi ci ritroviamo con un centro antico vuoto, destinato al più completo abbandono, e una città nuova cresciuta a dismisura, in maniera caotica, disordinata. Senza un piano regolatore. Senza un progetto, senza una visione comune e condivisa. Ad abitare all'interno dell'antica cinta muraria angioina oggi sono i proprietari di case nobiliari e un numero sparuto di martinesi cui si sono aggiunti immigrati albanesi, rumeni e cinesi che hanno acquisito la cittadinanza italiana.

Risiedere nel centro storico, oggi, è difficile: costa. Costa a causa dell'assenza di servizi, farmacie, esercizi commerciali, parcheggi. Ho chiesto al sindaco di  sapere quante persone risiedono nel centro storico, ma il dato non è a disposizione dell'Amministrazione comunale e un dipendente sta lavorando per fornirmi questa informazione. La città prediletta dagli Angiò, cantata da Cito de’ Citi, abbellita ripetutamente dai suoi abitanti, la città definita un unicum per la presenza dell'arte barocca, ammirata e amata da milioni di italiani e  stranieri, la città che ha suscitato l'interesse e gli studi da parte di Isidoro Chirulli, Giuseppe Grassi, Cesare Brandi, Adriano Prandi, Giovanni Caramia e Michele Pizzigallo, Antonio Cofano, Nicola Marturano e Giovanni Liuzzi, Angelo Marinò, il Gruppo Umanesimo della Pietra e Francesco Semeraro, Oronzo Brunetti, la città che è stata pubblicizzata da Bell'Italia, set di spot televisivi e di film, sta agonizzando.

Che fare? Quale uso sarà fatto di questo meraviglioso manufatto artistico che abbiamo ereditato? Qual è il futuro previsto per il nostro centro storico da parte di chi sta redigendo il piano urbanistico generale? Quale città stiamo per consegnare ai nostri figli e nipoti?

* Storico dell'arte e autore, tra l'altro, di Martina barocca e rococò, Nuova Editrice Apulia. 

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Tutto il mondo è Paese.

di Giampaolo Marin 25/03/2018

Complimenti per il pezzo. Per chi conosce Martina Franca da poco come me è senz’altro d’aiuto. Va oltre ben la questione che affronta. Le sensazioni di cui parla mi sono ormai note. Sia il silenzio del centro inabitato sia la tendenza a sostituire piuttosto che rivalutare. Lo colgo e si sente. È un percorso che riguarda molte città, specie del sud Italia. Sono però cose e fatti che riguardano non solo la nostra città. Per fortuna almeno qualcuno qui ne parla. E per fortuna con una certa eleganza. Un modo che appartiene al a cultura del confronto dei martinesi. Almeno così a me pare. Anzi dalla prospettiva di nuovo arrivato colgo anche una certa inversione di tendenza. Mi creda è uno sguardo neutrale e disinteressato. Sarei positivo. Grazie per lo spaccato, sensibile e sentito che ben si riflette nelle sue opere. A presto. Ci vediamo in centro. Giampaolo MARIN