cronache martinesi

Direttore Pietro Andrea Annicelli

Giuseppe Gaetano Marangi: se preferite, Dŏn Pěppǝ

di Domenico Blasi

24/03/2018 Cultura

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Giuseppe Gaetano Marangi: se preferite, Dŏn Pěppǝ

 

Il 23 marzo è trascorso un mese da quando Giuseppe Gaetano Marangi ci ha lasciato. Il ritratto forse più vivido e conclusivo di lui si può leggere nella presentazione, scritta da Domenico Blasi, per il volume La parlata dei martinesi e altri ricordi, Nuova Editrice Apulia, 2010. Il libro, oltre a rappresentare un importante caposaldo della cultura e della storiografia martinese, è anche il ponderoso contributo di Marangi, in particolare rivolto alle nuove generazioni, per la salvaguardia e la conservazione d’un dialetto che è costitutivo dell’identità martinese collettiva e individuale.

D’accordo con Nico Blasi e gli editori Silvio Laddomada e Alba Mannara, estranei a ogni inutile celebrazione ma fortemente coinvolti e motivati nel fissare il valore dell’uomo e del suo percorso, riproponiamo quella presentazione ritenendola una maniera utile e degna di ricordare un grande martinese. Sicuri che, in futuro, molti si confronteranno, inevitabilmente, con lo sguardo che Giuseppe Gaetano Marangi ha voluto riservare alla sua terra.           

Ho conosciuto Peppino Marangi, anzi l’avvocato Giuseppe Gaetano Marangi, quando entrambi fummo cooptati dall’assessore comunale Martino Sante Liuzzi a sedere con altri concittadini e no nella Consulta Comunale per le Attività Culturali, una sorta d’invidiato e chiacchierato bateau-lavoir di provincia, in realtà un’officina di scontro/confronto con la città e una fucina d’idee e di progetti, maturati e attuati per ribadire l’identità di Martina Franca e la sua innovativa vocazione di centro turistico-culturale a livello nazionale.

Vivevamo la feconda temperie della metà degli anni Settanta del secolo scorso e tale precisazione è estremamente opportuna, in quanto a Peppino e a me sembra di muoverci metastoricamente nella nostra città, quasi immortali, perché ci ostiniamo a dialogare con i nostri padri e a comprendere le azioni di quanti ci hanno preceduto in questo borgo datato che, coralmente e con enorme partecipazione popolare, il 12 agosto 2010 ha commemorato il settimo centenario del suo riconoscimento istituzionale a opera del principe di Taranto Filippo I d’Angiò (1294-1331).

Al contrario di Peppino, più logico e arguto di me, non so dare un giudizio su quegli anni, non so dire se fu vera gloria assistere, sebbene non impassibili, né rassegnati, al sacco della città, fisico e morale, da parte d’incolti operatori edili, collusi con improvvidi amministratori pubblici; in compenso Alessandro Caroli, da me detto il principe per la sua aura di mecenate rinascimentale, ci regalò (dono forse non desiderato dai più e, comunque, incompreso) il Festival della Valle d’Itria, quasi un fiore nato sulle macerie e sui rifiuti indifferenziati di un’opinione pubblica assai distante da una simile delicatezza.

Ricordo di aver subito fraternizzato con Peppino Marangi, sebbene non abbia mai condiviso i suoi drastici e irridenti giudizi sull’arte e sul teatro contemporanei, dei quali allora m’interessavo a tempo pieno, tanto che mi stupisce oggi trovar citato in questo suo lavoro, asetticamente ma non salacemente, Eugène Ionesco (1912-1994), uno dei padri del teatro dell’assurdo.

Da venticinquenne vedevo in Peppino, con il quale ho poi intessuto proficui rapporti di collaborazione, una sorta di anacronistico galantuomo d’altri tempi, assai simile a quei miei prozii paterni (tutti martinesi) e materni (tutti tarantini) che avevo intensamente e affettuosamente frequentato da bambino.

Peppino me li ricordava quei miei ascendenti e li faceva rivivere, sia nei tratti che nelle espressioni, sia nel modo di pensare che d’esprimersi.

Per questo motivo sono stato più volte e sono tuttora tentato di chiamarlo Dŏn Pěppǝ.

Ludis amissis, vi descrivo l’avvocato Giuseppe Gaetano Marangi, così come lo vedo e lo conosco: austero ma tollerante; intransigente ma, stranamente, incline al dialogo; sempre sicuro di sé e, pure, pronto a riconoscere i suoi errori di valutazione; arguto e mai triviale; ben informato e mai pettegolo; colto ma detrattore convinto dell’accademismo e dell’erudizione spocchiosa; pragmatico ma con una sottile vena di frivolezza, dai più non compresa; brusco nei modi e nei colloqui, eppure sempre ospitale; credente ma non bigotto (beatello); politicamente determinato ma estraneo all’asservimento ideologico; lettore critico ed estraneo alle mode letterarie; tradizionalista ma incline alla novità; elegante nel vestire e nell’incedere ma senza ostentazione; assertore di valori ormai rinnegati da tanti e da lui coltivati senza retorica; padre severo ma giusto, affettuoso e non lezioso; custode geloso di memorie storiche e familiari ma non laudator temporis acti; innamorato della sua città, senza indulgere al campanilismo; amante della campagna ma non rustico, anzi uomo di società; viaggiatore curioso e, a un tempo, quasi accidiosamente ancorato alla sua casa; professionista integerrimo ma estremamente umano; culturalmente curioso ma saldamente ancorato a modelli ben sperimentati; affascinato dalle scienze naturali ed esatte, legge di storia e di filosofia, oltre che romanzi impegnati; modesto nel chiederti una delucidazione e altero nel difendere un suo enunciato; trasognato nello sguardo ma con occhi fulminanti, quando ribadisce un’affermazione, o appena fessurati e lucidi se ironizza su qualcuno o su qualcosa; disposto a commuoversi, senza tradire compassione o pietà; profondo nell’argomentare e lieve nell’esprimersi.

Quant’altro ancora potrei dire di lui, senza trascendere in un’irriverente laudatio non perseguita, che non gradirebbe comunque, e che, anzi, mi rinfaccerebbe irato, qualora avessi la ventura di trovarlo di buonumore, dopo la lettura di queste impressioni assolutamente personali.

Per mia fortuna le vedrà già stampate!

Dai suoi ricordi giovanili qui pubblicati, poi, colgo un aspetto biografico che ignoravo: è stato, anche, un figlio ubbidiente e premuroso, vivace ma non discolo, affettuoso e non mammone. C’è da credergli, vista la serietà degli argomenti che tratta.

Per tutte queste caratteristiche, per la sua passionaccia per i neri cavalli murgesi, per quel suo giovanile e incondizionato essere filoamericano mi è sempre piaciuto paragonarlo a John Wayne (1907-1979), protagonista de I Cavalieri del Nord-Ovest (1940) del mitico John Ford (1895-1973).

So che il carissimo Peppino mi scuserà la tirata, fondamentale per il lettore di questo suo ultimo lavoro, intriso, sì, di ricordi ma, soprattutto, di considerazioni umorali.

La compilazione del vocabolario martinese è opera di un cultore certosino della lingua dei padri, la cui autenticità, però, si può cogliere solo leggendo e comprendendo racconti, aneddoti ed espressioni ripescati da Peppino nella memoria stessa del suo esistere, rivelandosi in questi luoghi inimitabile alfiere di quella martinesità che don Cosimo Damiano Fonseca non ha esitato a definire una categoria dello spirito.

È, questa, un’espressione che non ammette commento alcuno, perché induce una riflessione profonda: sapremo essere capaci di non continuare a imbarbarire la nostra lingua e la nostra cultura, così come abbiamo, stupidamente e irresponsabilmente, fatto e continuiamo a fare con la città e con il territorio?

Don Giuseppe Grassi (1883-1953), primo studioso della lingua locale, soleva dire che essa può essere parlata solo da ’ ténǝ i rintǝ martǝnḽsǝ e non credo che intendesse promuovere una campagna di cure odontoiatriche per quanti non fossero stati nativi della nostra città.

La spiegazione è sottesa in questo pregevole lavoro di Peppino Marangi: per comprendere il martinese, per coglierne le caratteristiche sintattiche, la ricchezza di lemmi, le sfumature lessicali, le variazioni fonetiche, serve avere i giusti quarti di martinesità, ossia avere nel proprio albero genealogico, almeno, tutti e quattro i nonni martinesi.

A me, che pure mi considero martinese al cento per cento, questo privilegio è negato per aver avuto una mamma tarantina ma, cionondimeno, non mi sento escluso dal sentire e dal parlare della mia comunità, proprio perché i lavori di Marangi, di Giovanni Liuzzi e di tanti altri dialettologi locali mi hanno ridisegnato le arcate dentarie dello spirito e l’orgoglio dell’appartenenza alla mia piccola patria.

Mi separano diciassette anni da Peppino Marangi, un arco di tempo una volta da me giudicato enorme, anche per il rispetto dovuto a un autentico martinese che mi ha onorato e mi onora della sua amicizia, ma nel leggere questo libro oggi mi sento un suo coetaneo.

Sono emerse dalle pagine delle bozze tante persone che ho conosciuto, che ho frequentato o delle quali ho sentito parlare in famiglia, come se fossero ancora vive; già, in famiglia, in un microcosmo affettivo capace di dilatarsi nel più vasto mondo comunitario, che, pure, non è l’ombelico del mondo ma un piccolo paese di provincia con una caratterizzazione precipua.

Per questo motivo tutti i martinesi citati da Peppino non sono nel mondo dei più, non emergono dagli strati opachi della nostra memoria, non commuovono i nostri ricordi: sono vivi, sono parte di noi, della nostra Martina e, solo a saper guardare, li si può ritrovare sullo Stradone, nelle ’nchiŏstrǝ, nei vicoli, nelle scuole, nelle case, nelle botteghe, nelle chiese, nelle congreghe; si può ancora salutarli, mentre incedono compassati per il Ringo sottobraccio alle consorti o mentre, affaccendati, si muovono frettolosamente rétǝ pǝ rétǝ o, quando, salmodianti, partecipano alle processioni.

Tutte queste persone vivono ancora ma mi chiedo, sgomento, per quant’ancora riusciranno a esistere se distruggeremo il mondo in cui essi hanno creduto e vissuto, se rinnegheremo la lingua che li ha uniti e ci unisce a quei primi martinesi venuti ad addomesticare una plaga selvaggia della Murgia per farne quella che, ancora un secolo addietro, geografi ed economisti definivano un’oasi idilliaca.

Il tempo, si sa, dissolve le immagini delle persone e disgrega i quadri ambientali per effetto dell’implacabile incedere socio-esistenziale ma conserva quei principi di coerenza nei quali, pur nel veloce divenire della Storia, è necessario riconoscersi costantemente per non abbrutirsi come individui e/o come comunità.

Peppino e io siamo ormai coetanei, quindi anziani, e di quelli nella nostra condizione anagrafica François de La Rochefoucauld (1613-1680) diceva che sono inclini a dar buoni consigli, non potendo più dare cattivi esempi.

Su di me non voglio esprimermi ma so per certo che a Giuseppe Gaetano Marangi non s’attaglia affatto questa massima, fondata sulla convinzione che l’egoismo è la molla segreta di tutte le azioni umane.

La personalità di Peppino, com’ho detto, è plasmata da ossimori, perciò questo suo libro è accattivante ma inquietante, perché all’autore s’addice quanto scriveva Vittorio Gassman (1922-2000), citato a memoria: ha un indimenticabile futuro alle sue spalle.

Completo io, aggiungendo, che la sua stessa esistenza è nella forza dei ricordi, intesi come modello di vita, come avventura esistenziale e come gratificazione dello spirito.

Martina Franca, 22 novembre 2010

 

La foto in apertura è di Piero Abbracciavento, per gentile concessione. Le altre appartengono all'archivio della Famiglia Marangi, per gentile concessione.

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