cronache martinesi

Direttore Pietro Andrea Annicelli

Un porco per amico e ascoltatevi le nuove perle degli Strange Flowers

di Mark Aymondi

19/06/2015 I dischi

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Un porco per amico e ascoltatevi le nuove perle degli Strange Flowers

Non avete avuto il privilegio di vedere Michele Marinò, più o meno intorno a vent'anni, riversare il suo amore e il suo dolore sulle corde della chitarra nell'oscurità sotto il pergolato della casa alle porte di Martina Franca. E non avete visto l'energia luminosa di quel futuro immaginato a cui, tenace, si aggrappava canticchiando, apparentemente indolente, le canzoni della vita: quelle che gli facevano credere nel sole anche di notte, come dice la poesia di Gregory Corso. Perciò non potete sapere che nessun disco degli Strange Flowers racconta meglio di Pearls at swine la traiettoria dell'anima, da quei giorni di speranza buia al presente sereno d'una moglie e d'una figlia in braccio, d'un ragazzo di cinquant'anni e del suo zibaldone pop e rock che aggiorna a piacimento con l'inchiostro simpatico. Rendendolo visibile (e udibile), quando ne ha voglia, a chi ha occhi per vedere (e orecchie per sentire).

C'è un'immagine del Michele di quei giorni ed è l'attacco di No expectations degli Stones, con la voce ispirata e la 12 corde che per me sono sempre state meglio (lui s'incazza se lo dico, ma tant'è) della slideannoiata di Brian Jones e dell'arrivismo piagnone del giovane Jagger. È inevitabile far risalire a quel testo disincantato le perle ai porci del titolo. Ma lo spunto non è scontato, anche se il sarcasmo fulminante è degno di Mick & soci. Le perle ai porci sono le tante bellissime canzoni che gli Strange Flowers hanno snocciolato in trent'anni di attività erratica. Ma l'impero della musica, alieno alle cose belle e di valore, incline invece, mo' ci vuole, alle porcherie e alle porcate, ogni volta li costringe a ricominciare per farsi sentire.

Pearls at swine, pubblicato lunedì 15 giugno, è un disco potente, orgoglioso, passionale, sincero. Può diventare, grazie all'impetuoso flusso d'energia delle canzoni concatenate, un'ideale colonna sonora dell'anima. È assolutamente rappresentativo degli Strange Flowers come lo fu The grace of losers, del quale è la naturale evoluzione. Perciò suona come deve suonare con il nuovo organista tuttofare, Giacomo Ferrari, che è un signor musicista capace d'inserirsi benissimo in sonorità che ha innovato senza stravolgerle. E con un batterista coi baffi come Matteo D'Ignazi, e Nicola Cionini tanto bravo nei soli e nei controcanti quanto nel rendersi culo e camicia con il porco in copertina al disco, si vola molto più su delle otto miglia dei Byrds.

La sensazione è che un disco a tratti maestoso, con tanti dejà vu che non sottraggono un'unghia all'originalità reazionaria dello zibaldone di Marinò, cambierà in meglio, comunque vada a finire, la storia tortuosa del gruppo. Intanto, ecco un'idea delle singole canzoni.

THROWING PEARLS AT SWINE. Trentotto anni dopo Pigs dei Pink Floyd, la voce suina torna a irrompere nel rock. Questa volta addirittura inaugura e termina l'opening track, un'altra suggestiva corsa a perdifiato sotto il cielo che, da Janet's faces in poi, ha diverse varianti nel repertorio.

WATCHING THE CLOUDS FROM A STRAWBERRY TREE. Inizia come una canzone degli Smiths e prosegue con passo marziale accattivante fino al gran finale epico. Convincente e ispirata la sovrapposizione delle voci del Marinò e del Cionini, che danno quasi l'impressione dei loro volti fauneschi che spuntano dal corbezzolo a guardare le nuvole. Se la gioca con Twins e Alice stealing rainbows come canzone più bella dell'album.

ALICE STEALING RAINBOWS. David Bowie avrebbe pagato per inserirla in Hunky dory e dare un seguito più di classe e con meno grandeur a Life on Mars?. È forse l'apice della sofisticatezza espressiva degli Strange Flowers.

EUGENE. Un'altra bella canzone di rock all'arma bianca, incalzante e squadrata, con un gran solo del Cionini che delinea la traiettoria verso l'infinito.

SARAH BLAKE. Disarmante e narrativa, sarebbe un potenziale singolo ed è una delle canzoni che si ascoltano più volentieri per la capacità di equilibrare, con grande energia, la passione e il disincanto. Se cercate buona musica alla radio mentre guidate e siete fortunati a beccarla, avete fatto bingo.

ROSE LYNN. Altra canzone di rock saltellante, con preziosi intarsi psichedelici del Ferrari e del Cionini che rendono effervescente la furia sferragliante e generosa.

BLACK. Dal tesoro dei demo realizzati da Marinò a Boston nei secondi anni Novanta, spunta questa cavalcata psichedelica sostenuta dalla batteria del D'Ignazi che infonde potenza a tutto il disco. Corale e, vada per l'ossimoro con il titolo, luminosa.

STEVEN BOUGHT A WHITE ROPE. Cantilena rock che permette al Ferrari un solo all'organo che suggella un certo buon gusto retrò, diventando nel finale quasi un canto di lavoro.

DD ONE DAY. Potrebbe essere la seconda canzone del potenziale singolo. Tosta e suggestiva, curata nell'arrangiamento, grintosa e agile, con un altro bel solo del Cionini a tenere insieme tutto.

THE SENSATIONAL SHOW OF THE CLOUDS. Marinò, senza dire niente a nessuno, ha studiato a memoria il canzoniere di Ray Davies. E l'andamento di questa ballata, senza perdere un briciolo di originalità, fa venire in mente lo splendore ironico di Autumn almanac sfrondata da barocchismi, ma ugualmente molto british.

TWINS. Inizia come The last trip to Tulsa di Neil Young e si trasforma in una struggente avanzata psichedelica verso la frontiera delle stelle: Paul Kantner e Grace Slick ne sarebbero stati orgogliosi. Se arrivati fin qui avete dei dubbi, questa canzone vi farà innamorare definitivamente di questo disco.

La foto degli Strange Flowers è di Giulia Altobelli.

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