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Vito Manzari: «Conoscere la tecnologia che utilizziamo»

di Redazione

04/06/2018 Economia

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Vito Manzari: «Conoscere la tecnologia che utilizziamo»

 

Sette relatori, centocinquanta partecipanti, due giorni di dialoghi e confronti sulle modificazioni che il progresso tecnologico determina nei modelli economici e organizzativi. Sono i numeri immediati della quinta edizione dei Colloqui di Martina Franca, evento internazionale in cui si approfondisce l’economia del futuro. Ne abbiamo parlato con Vito Manzari, che è responsabile dei Colloqui per conto di Costellazione Apulia, il consorzio d’imprese che li organizza. 

Qual è stato lo spirito della manifestazione?

«La mia impressione è che sia stato molto costruttivo. Abbiamo approfondito le questioni e ci siamo potuti confrontare senza quel velo d’ipocrisia che spesso caratterizza molti dibattiti attuali. Un altro elemento che mi ha piacevolmente impressionato è stata la diversità espressa dai partecipanti: giovani imprenditori, professionisti, influencer della società e della politica. Ne è emersa una verità latente: c’è un’ansia del futuro diffusa in tutti coloro che si affidano alla tecnologia. Tocca poi a ognuno declinarne l’uso in una maniera che sia compatibile con la vita sulla Terra e i bisogni primari dell’uomo: è questa l’idea che mi porto a casa». 

Permane il gap tra le vecchie e le nuove generazioni, ovvero tra chi ha dovuto costruire un rapporto con le nuove tecnologie e chi le acquisisce ormai quasi inconsapevolmente?

«Propendo per un gap culturale piuttosto che tecnico. La nuova sfida, il nuovo confine, non è tanto saper utilizzare i nuovi strumenti, bensì essere consapevoli delle conseguenze che scaturiscono dal loro utilizzo. E vale tanto per i giovani che per i meno giovani: tanto per coloro che padroneggiano la tecnologia che per coloro che non ne sono esperti. Oggi l’identità di ciascuno passa attraverso dati che profilano le abitudini e le caratteristiche delle persone. C’è quindi il rischio molto serio di furti dell’identità e di un suo utilizzo improprio. Ho la sensazione che sia un problema non abbastanza sentito e che sia uno degli aspetti più importanti del gap sul quale concentrarci». 

Che cosa hanno detto i Colloqui a proposito della tecnologia?

«I contenuti sono stati tantissimi e diversi paradigmi sono risultati capovolti. Il mondo è cambiato e continua a cambiare: sta a noi esserne artefici, partecipi o succubi. L’innovazione digitale è inarrestabile e tende a fagocitare l’intermediazione concentrando poteri e ricchezze in mano a pochi. Scompaiono posti di lavoro e altri ne subentrano, ma sempre meno rispetto a quelli che si perdono. E poiché anche l’innovazione tecnologica è inarrestabile, occorre governarla. Ma poiché il governo delle tecnologie passa dai pochi, c’è il serio rischio che un elemento oggettivamente di democratizzazione, la digitalizzazione, possa aggredire e inquinare la volontà dei popoli ad autodeterminarsi. Algoritmi via via più evoluti, che finiscono per prendere decisioni al posto degli esseri umani, aprono scenari inquietanti. C’è il rischio che un bug in uno di essi condizioni l’esistenza d’intere comunità, interi popoli. Più ci affidiamo agli algoritmi, più deleghiamo la capacità, per sua natura imperfetta, di delineare il nostro futuro. Perciò il problema centrale diventa, per ognuno di noi, dare alla propria esistenza la consapevolezza della tecnologia di cui ci si avvale». 

È lì una chiave per il futuro?

«Penso che sia uno dei grandi antidoti alla deriva. La possibilità, quindi, che persone di buona volontà si riuniscano per dare significato alla nostra epoca attraverso il loro fare».

 

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