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Andrea Purgatori: la strage di Ustica 38 anni dopo

di Pietro Andrea Annicelli

27/06/2018 Oltre città

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Andrea Purgatori: la strage di Ustica 38 anni dopo

 

Conosco personalmente Andrea Purgatori da almeno una ventina d’anni. Non ci siamo mai incontrati, ma gli sono debitore di tante chiacchierate telefoniche sul Dc9 abbattuto nel cielo tra Ustica e Ponza oltre che di diverse interviste che mi ha concesso sempre con grande disponibilità. È così anche questa volta. Grazie alla trasmissione Atlantide che Purgatori conduce su La7, l’inchiesta sul più grande mistero dell’Italia delle stragi ha ricevuto un nuovo impulso. Andrea ha intervistato due marinai di guardia sul ponte della portaerei americana Saratoga nella notte di trentotto anni fa in cui morirono le ottantuno persone a bordo del Dc9. La testimonianza del primo, Brian Sadlin, intervistato a casa sua negli Stati Uniti, è stata trasmessa a dicembre. Quella del secondo, che Andrea ha intervistato telefonicamente, è andata in onda in Atlantide di questa sera. Per entrambi dalla portaerei, in navigazione nel Mar Tirreno, si levarono in volo due cacciabombardieri F-4 Phantom per intercettare due Mig libici. Al ritorno, quegli aerei non avevano più i missili sotto le ali. 

Quanto c’entra Martina Franca, da cui fu chiesto che partissero i soccorsi grazie alla caparbietà dell’allora tenente dell’Aeronautica militare Giovanni Smelzo, nella strage di Ustica?

«Sicuramente è importante per la presenza del 3° Roc, al quale affluivano i dati radar dei centri di rilevamento dell’Italia meridionale. Tutti i giudici che hanno indagato sulla vicenda, Santacroce, Bucarelli e Priore, hanno rivolto la loro attività anche sulla base di Martina Franca per capire quali dati avesse ricevuto ed elaborato. Indubbiamente, all’epoca, il 3° Roc era uno dei centri più importanti della difesa aerea italiana e Nato nel Mediterraneo, per cui le indagini ritennero plausibile che della documentazione utile a chiarire l’accaduto potesse essere transitata da lì».

Nella complessa vicenda s’inserisce a un certo punto, nella notte tra il 20 e il 21 gennaio 2000, la storia del relitto d’un Phantom finito nelle reti d’un peschereccio e trainato fino al porto di Gaeta. Le autorità statunitensi dissero che era uno di due Phantom della Saratoga affondati nel Tirreno nel 1974 dopo aver esaurito il carburante a causa d’una fitta nebbia che aveva reso difficile il loro rientro. C’entra qualcosa con la strage di Ustica e con la testimonianza dei due marinai?

«Non so se possa avere a che fare con la strage, anche se non mi risulta. Sicuramente non c’entra nulla con la testimonianza dei due marinai e con quello che hanno raccontato. Loro hanno dichiarato di aver visto partire due Phantom armati per il combattimento e di averli visti ritornare sulla Saratoga senza gli armamenti. E hanno anche detto che il comandante della portaerei, l’ammiraglio James Flatley, avrebbe informato l’equipaggio attraverso gli altoparlanti che due Mig libici avrebbero attaccato i Phantom e sarebbero stati abbattuti. Perciò i magistrati della Procura della Repubblica di Roma che indagano sulla strage di Ustica interrogheranno negli Stati Uniti Brian Sadlin, ex componente dell'equipaggio della Saratoga in servizio la sera del 27 giugno 1980. È il primo dei due marinai che ho intervistato per Atlantide». 

Verrebbe quindi a cadere la tesi, sostenuta da alcune fotografie scattate da civili a Napoli nel pomeriggio del 27 giugno 1980 che raffigurano la Saratoga alla fonda, che la portaerei non si sarebbe mossa.

«Ci sono diciotto ore tra quelle foto e altre successive, con la portaerei di nuovo ancorata a Napoli, in cui la Saratoga avrebbe potuto allontanarsi e rientrare. L’ammiraglio Flatley, in un primo interrogatorio con il giudice istruttore Rosario Priore negli anni Novanta, disse che quella sera la portaerei si era allontanata per rientrare il giorno dopo. Ha poi ritrattato in un secondo interrogatorio. Brian Sadlin ha sostenuto che spesso la portaerei, come avvenne quella notte, si allontanava da Napoli per uno, due giorni per poi rientrare. Non è stato possibile verificare il giornale di bordo perché fu distrutto e interamente riscritto in bella copia, una procedura che Sadlin ha dichiarato essere proibita trattandosi d’un documento federale». 

Nel 1995, con la giornalista Daria Lucca e l’esperto militare Paolo Miggiano, pubblicasti il libro A un passo dalla guerra, Sperling & Kupfer. La vostra tesi fu che il Dc9, partito da Bologna verso Palermo con un ritardo di due ore per un acquazzone estivo, si trovò coinvolto in un episodio di guerra aerea da inserire nel contesto d’un colpo di stato che gli Stati Uniti e la Francia stavano preparando contro Gheddafi. È ancora valido quello scenario?

«I servizi segreti italiani hanno salvato Gheddafi da colpi di stato almeno tre volte. Ed è agli atti che un aereo, è stato ipotizzato con Gheddafi a bordo, quella sera fu fatto deviare verso Malta. L’ipotesi è che il leader libico si recasse in Polonia per trattare con il generale Jaruselski delle forniture energetiche in cambio di grano: successivamente fu Jaruselski a recarsi in Libia per la stessa ragione. Qualcuno pensa che l’aereo che si nascondeva sotto il Dc9 fosse collegato a quel viaggio di Gheddafi verso Varsavia». 

Può quindi essere uno dei due Phantom «l’aereo che esce dal sole», per usare l’espressione dell’esperto statunitense John Macidull quando visionò il tracciato radar di Ciampino che sembra mostrare la manovra d’attacco d’un caccia verso il Dc9 o, meglio, l’aereo che con ogni probabilità si nascondeva sulla sua scia per evitare d’essere visibile ai radar?

«Può essere. Ma c’è la stessa possibilità che quell’aereo fosse francese, come ha ipotizzato il giudice Priore. La storia del Dc9 con il velivolo che si nasconde sotto la sua plancia non inizia con quel tracciato radar di Ciampino, ma almeno mezz’ora prima. In quel momento il Dc9 è in volo sull’Appennino tosco-emiliano. In prossimità vi è l’F-104 biposto da addestramento con a bordo Mario Naldini e Ivo Nutarelli, due dei tre piloti delle Frecce Tricolori morti nell’incidente a Ramstein. Da quell’aereo fu squoccato, cioè selezionato e inviato come impulso, un segnale di allarme generale alla difesa aerea che indicava un problema di sicurezza». 

Sono stati gli americani o i francesi?

«Capire le effettive responsabilità è ancora difficile. Quando il Dc9 smette di comparire sui rilevamenti radar, dal centro di controllo di Ciampino avevano già visto numerose tracce di aerei con il transponder spento. In quegli attimi concitati loro ipotizzano che fossero caccia americani, dal momento che nelle conversazioni intercorre la parola Phantom e durante la notte cercano di contattare ripetutamente l'ambasciata americana a Roma per parlare con l'addetto militare e sapere se c’era stato un coinvolgimento di quegli aerei nella caduta del Dc9. Ci sono poi diverse testimonianze in Calabria che parlano dell’inseguimento da parte di caccia non identificati del Mig libico poi trovato ufficialmente sui monti della Sila il 18 luglio, probabilmente abbattuto a colpi di cannoncino. D’altro canto è agli atti l’attività di decollo e atterraggio di aerei dalla base francese di Solenzara, in Corsica. Una cosa posso dirla con certezza: nel 1980 Gheddafi era il nemico numero uno sia per gli americani che per i francesi. Purtroppo la situazione di disordine in Libia dopo la guerra civile non ci consente di fare delle ricerche su eventuali retroscena della strage di Ustica».

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