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Marco Ferrante: ​«Marchionne, un'occasione persa per essere pragmatici»

di Pietro Andrea Annicelli

10/09/2018 Oltre città

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Marco Ferrante: ​«Marchionne, un'occasione persa per essere pragmatici»

 

«È un ritratto basato su una serie di conversazioni con lui, e su dieci anni di lavoro in cronaca economica». Marco Ferrante spiega così, in un post su Facebook, la nuova edizione di Marchionne, il suo libro per Mondadori sul grande manager scomparso prematuramente un mese e mezzo fa.

Il tuo libro è stato pubblicato nel 2009. Immagino che, in questa riedizione, sia stato possibile fare un’analisi definitiva, se non dal punto di vista storico almeno in senso giornalistico, della parabola di Sergio Marchionne.
«C’è un capitolo che riassume quello che è successo negli ultimi sei anni e delle considerazioni un po’ più nette rispetto a quelle di qualche anno fa. Alcune cose le avevo già scritte allora. Penso soprattutto al fatto che il rapporto di Marchionne con l’Italia è stata fondamentalmente un’occasione perduta».

Perché?
«Lui aveva indicato una strada non ideologica ma pragmatica per affrontare l’impatto della crisi mondiale: con nuove concentrazioni, per esempio. In Italia, il dibattito su Marchionne ha riguardato invece soprattutto la questione contrattuale. Marchionne puntava a contratti più efficienti. La Fiom si è opposta a questo disegno. E lo ha accusato di avere un atteggiamento ideologico. E pochi, tra gli esponenti della classe dirigente politica ed economica, lo hanno sostenuto: affermando, per esempio, che ragionando come Marchionne si poteva imboccare la strada della modernità produttiva. Perciò dico che è stata un’occasione mancata. Lui la raccontava così: è strano, gli operai americani mi ringraziano mentre quelli italiani sono indotti a non farlo».

Come stavano le cose, secondo te?
«Marchionne era talmente poco ideologico che per molto tempo è stato considerato un capo azienda sostanzialmente socialdemocratico. Lui chiedeva che cose come la gestione degli straordinari, delle malattie, fossero in linea con le esigenze moderne della produzione come negli altri Paesi occidentali. La Cgil, la Fiom, lo accusavano invece pregiudizialmente di voler conculcare dei diritti. Eppure era lo stesso Marchionne che nel 2007 concesse un anticipo del contratto Fiat perché le cose stavano andando bene. Una parte del sindacato temeva che un manager così, che giocava d’anticipo, alla lunga li avrebbe messi in difficoltà».

​Non ha contato, in questa mancata difesa di Marchionne, anche il limite d'un capitalismo tendenzialmente assistito qual è storicamente quello italiano?
​«Sul capitalismo assistito si sono consumate quarantennali polemiche... Però credo che in questo caso abbia contato molto il pregiudizio negativo che la classe dirigente ha nei confronti della Fiat, come se fosse ancora quella egemone di Cesare Romiti».

​Alla fine che cosa ci rimane di Marchionne?
​«L’aver visto giocare un grande campione in un campionato che non gli ha consentito di esprimersi come avrebbe potuto né l’ha fatto giocare come avrebbe dovuto. Ma è tipico dell’Italia non sfruttare le potenzialità di cui può disporre. Continuiamo a discutere se la Fiat ha avuto o no più di quello che ha dato: chiediamoci semplicemente se esistano altri Paesi industrializzati che si pongono dei problemi simili per le loro grandi imprese. È chiaro che le infrastrutture economiche vanno sostenute e non penalizzate. Il sistema italiano non ha usato Marchionne come punto di riferimento. Anzi, in un certo senso ne ha diffidato. In fondo, in mezzo alla crisi economica più grave dal 1929 c’è stato uno che ha detto: proviamo a volgere a nostro favore, con intelligenza, questa situazione».

Nella foto, di Agostino Convertino, Marco Ferrante a Martina Franca nel dicembre 2016 in occasione della presentazione del romanzo Gin tonic a occhi chiusi alla Fondazione Paolo Grassi. Per gentile concessione. 

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