cronache martinesi

Direttore Pietro Andrea Annicelli

Roberta Leporati: «Le donne a testa alta, senza paura, verso una vita sublime»

di Redazione

17/03/2019 Società

Valutazione attuale:  / 6
Scarso Ottimo 
Vota
 Roberta Leporati: «Le donne a testa alta, senza paura, verso una vita sublime»

 

L'intervista a Roberta Leporati, dopo quelle a Rossella Brescia e ad Agostino Quero, è la terza d'una serie d'interviste a donne e uomini di Martina Franca dalla significativa immagine pubblica sulle problematiche e gli aspetti della violenza alle donne.


La dirigente della scuola Chiarelli di Martina Franca ha ricevuto l'attenzione della cronaca nazionale per il riconoscimento al merito conferitole motu proprio da Sergio Mattarella "per il suo contributo nella formazione delle giovani generazioni ed a favore della promozione scolastica”. Nel concreto, a indurre il Presidente della Repubblica a indicare Roberta Leporati come eroe civile è stato un progetto pilota con Katia Ricciarelli per avvicinare i bambini e i ragazzi al mondo della musica lirica che ha coinvolto scuole di tutto il territorio nazionale.

Da qualche tempo, sulla scia dello scandalo Weinstein e del movimento Me too, c'è un'attenzione maggiore per le molestie e i ricatti, soprattutto a sfondo sentimentale e sessuale, che le donne subiscono in particolare sul lavoro. Qual è la sua opinione di insegnante e di donna?
«Ritengo che la scuola su questo tema debba necessariamente intervenire. Ma non può farlo da sola. Non può improvvisare. Deve affidarsi ad esperti di settore, a specialisti con competenze specifiche, ad enti e associazioni che operano sul campo. Il tutto in collaborazione con le famiglie. Bisogna dar vita a percorsi misti che guidino gli studenti, ognuno per la propria fascia d'età, verso percorsi chiari e consapevoli. I docenti vanno formati, incoraggiati e valorizzati per il grande ruolo che rivestono nell'educazione delle nuove generazioni».

Che cosa può fare, nel concreto, il sistema scolastico per aiutare le nuove generazioni a contrastare queste situazioni?
«La legge 107 del 2015, la cosiddetta Buona scuola, ha offerto spunti davvero interessanti. Mi sembra utile citare testualmente le linee guida perché davvero esaustive, anche se dovrò necessariamente dilungarmi. Nel terzo punto, intitolato Prevenzione della violenza contro le donne, è evidenziato: "Un’autentica educazione alla parità tra i sessi e al rispetto delle differenze si può realizzare declinando insieme uguaglianza e differenza, prendendo le distanze da una neutralità dove maschile e femminile perdono consistenza e ricchezza, ma anche respingendone i modelli stereotipati. La scuola, in sintonia con la famiglia, grazie al patto di corresponsabilità e agli altri strumenti atti ad assicurare il giusto rapporto scuola-famiglia, è chiamata a proporre e ad avviare le studentesse e gli studenti, in modo adeguato all’età, a una riflessione sulla qualità dei rapporti uomo/donna e sul rispetto delle differenze. Anche la stessa questione della violenza sulle donne in quanto donne, la cosiddetta violenza di genere, legata in molti modi a una storia oscura e arcaica, è connessa a un rapporto socialmente connotato, quello gerarchico uomo-donna, nelle forme specifiche in cui è presente nelle diverse società e culture. La Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, ratificata dall’Italia con la legge 27 giugno 2013, n. 77, riconoscendo che la violenza contro le donne è una manifestazione dei rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi, che hanno portato alla dominazione sulle donne e alla discriminazione nei loro confronti da parte degli uomini e impedito la loro piena emancipazione, e che il raggiungimento dell’uguaglianza di genere de jure e de facto è un elemento chiave per prevenire la violenza contro le donne, impegna le Parti a “intraprendere le azioni necessarie per includere nei programmi scolastici di ogni ordine e grado dei materiali didattici su temi quali la parità tra i sessi, i ruoli di genere non stereotipati, il reciproco rispetto, la soluzione non violenta dei conflitti nei rapporti interpersonali, la violenza contro le donne basata sul genere e il diritto all'integrità personale, appropriati al livello cognitivo degli allievi” (art. 14). Risulta dunque evidente come l'educazione alla parità tra i sessi e al rispetto delle differenze sia essa stessa, a sua volta, uno strumento fondamentale per la prevenzione della violenza sulle donne basata sul genere: incoraggiando da un lato il superamento di ruoli e stereotipi e, dall'altro, una visione delle differenze come ricchezza e non come fondamento di una presunta gerarchia e quindi di discriminazioni, essa disinnesca ab origine la cultura di cui si nutre la violenza. La violenza sulle donne è un fenomeno unico che va messo a fuoco e compreso nella sua assoluta specificità e nella sua dimensione strutturale. Certo esistono tradizioni culturali particolarmente dannose, come le mutilazioni genitali permanenti sulle bambine che le privano di una sessualità propria, oppure tradizioni e leggi comunque oppressive per cui le donne non possono studiare, girare da sole, guidare la macchina, decidere una professione, scegliere lo sposo, vestirsi come credono. Tuttavia in Europa e in Italia la violenza sulle donne è fenomeno molto diffuso e non legato a particolari condizioni di vita o a disturbi della personalità di chi la esercita: fa parte di una insospettabile normalità per cui è ancora difficile confrontarsi con il fantasma inatteso della libertà femminile. I dati parlano chiaro: la violenza di genere è presente in tutti i ceti sociali, in tutte le età, livelli di istruzione e benessere economico. Può essere violenza fisica ripetuta e costante oppure violenza psicologica tesa a annientare la persona. Il fatto più grave, determinante, è che non sempre viene identificata dalle donne stesse come violenza e viene spesso nascosta come qualcosa di cui ci si vergogna, si è colpevoli, viene subita come fatto naturale, parte del rapporto, o per apparente mancanza di alternative o per amore dei figli che spesso assistono agli abusi e possono diventare poi a loro volta attori o vittime di violenza. È la violenza più terribile perché ha luogo nella maggioranza dei casi negli spazi più noti e cari, laddove ci si aspetterebbe la prima sicurezza: per questo è difficile e importante vederla, riconoscerla e cercare aiuto". Inoltre: "Sul territorio nazionale sono presenti molti punti di ascolto a cui ci si può rivolgere anche solo per un consiglio, dai Pronto Soccorso fino ai Centri Antiviolenza. Ma ancor di più a scuola, gli insegnanti stessi e, laddove presenti, gli psicologi che offrono assistenza nei centri di ascolto scolastico possono essere un importante primo punto di riferimento. Ma è chiaro che a esercitare la violenza contro le donne sono uomini. La scuola può allora aiutare la società tutta a cambiare punto di vista, a non guardare solo alle vittime, ma agli autori delle violenze. Per capire cosa le determina, quali stereotipi e modelli relazionali le fanno apparire giustificate, quali insicurezze nascondono. E per attivare il protagonismo degli uomini e dei ragazzi, come da tre anni chiede la campagna dell’Onu HeForShe, lanciata a settembre del 2014 con l’obiettivo di creare un’alleanza tra donne e uomini per sconfiggere la violenza e ogni forma di discriminazione. Chi lavora stabilmente sui casi di violenza ritiene indiscutibile che gli uomini che condividono la cultura della superiorità maschile siano più inclini a diventare partner abusanti, così come è dimostrato dai fatti che le donne portate a concepire per sé un ruolo subalterno nella coppia sono più inclini a subire e a non denunciare. Nella cultura occidentale è in corso da tempo, grazie in primo luogo alle lotte delle donne, una forte campagna di delegittimazione e denuncia della violenza sulle donne. Lo Stato italiano ha promulgato nuove leggi in cui la riconosce e la punisce, i corpi di sicurezza e il sistema sanitario si addestrano ad affrontarla. Soprattutto è indispensabile farla emergere poiché è in gran parte ancora sommersa e nascosta. Se ne è indicata la specificità con il termine femminicidio, per definirne l’esito più estremo, ed è ormai raro che si dichiari pubblicamente che una donna ha subito violenza perché se l’è cercata. Ma si tratta di una consapevolezza ancora fresca che va consolidata ed estesa a tutte le fasce della popolazione, in modo trasversale alle appartenenze e alle culture; sono attenzioni e comportamenti che vanno richiesti a tutte e tutti. In questa crescita di consapevolezza è centrale il ruolo della scuola. Far riflettere studentesse e studenti su questo fenomeno diventa parte del lavoro quotidiano svolto nelle classi che mira a trasmettere il senso grande del rispetto per la persona e per le differenze"».

Qual è la sua personale esperienza sulla violenza alle donne?
«Come donna non ho mai vissuto esperienze del genere, nè mi sono trovata come docente prima e preside poi in situazioni di abuso o di molestia. Nel mondo della scuola la presenza degli uomini è molto ridotta: probabilmente non è una professione molto remunerativa per il sesso maschile. I colleghi con cui mi sono rapportata si sono sempre rivelati corretti e rispettosi. Forse poco grintosi e poco entusiasti verso la loro professione, ma questa è un'altra storia».

Quanto è un problema sociale e quanto culturale?
«Non è possibile quantificare. Non è soltanto una grande questione di civiltà e di rispetto dei diritti umani, ma è oggi anche una vera e propria questione sociale, dal momento che riguarda trasversalmente classi, famiglie, generazioni, gruppi etnici di riferimento. Come sostiene l’Organizzazione Mondiale della Sanità è inoltre un grave problema di salute pubblica che incide direttamente sul benessere fisico e psichico delle donne, e indirettamente sul benessere sociale e culturale di tutta la popolazione. Una questione epocale, per dimensione e sviluppo nel tempo, troppo spesso colpevolmente sottovalutata. Ma, allo stesso tempo, è anche un fenomeno assai difficile da contrastare perché si annida negli interstizi della società, spesso sfuggenti e insospettabili, manifestandosi per lo più silenziosamente nella vita quotidiana e riuscendo a rappresentarsi come un evento accidentale persino nella percezione delle stesse vittime».

Ha affrontato questo genere di problematiche con i suoi figli? Con quali argomenti si è confrontata con loro?
«Ho tre figli: due maschi e una femmina. I maschi sono già due uomini e sono orgogliosa di loro: combattono questo fenomeno attraverso la scrittura, l'impegno sociale e associazionistico, i social, l'impegno politico. Per motivi lavorativi sono a stretto contatto di gomito con le donne e hanno verso l'universo femminile un rispetto e una ammirazione sconfinati. La figlia è in piena età adolescenziale e ogni volta che affrontiamo l'argomento, ogni volta che ne sente parlare in tv o legge articoli o assiste sui social a tutto questo, si indigna, si altera, si rammarica, si intristisce, si sente ferita nell'orgoglio, prova grande dolore per le vittime, non riesce a darsi una spiegazione. Se la prende con noi adulti: ritiene che non si faccia abbastanza per prevenire, per educare. Io però non smetto di parlarne. Ci confrontiamo, leggiamo molto sull'argomento, assistiamo a convegni, conferenze. Ma confesso che è un compito arduo».

Quali consigli le darebbe se volesse entrare a far parte del mondo dello spettacolo, della moda o comunque di ambienti in cui si presume che possa essere più facile subire delle molestie?
«Non ho pregiudizi verso l'ambiente dello spettacolo o della moda: ritengo che questi rischi si possano correre in ogni ambiente lavorativo. Si pensi al problema del caporalato qui da noi al Sud: nei nostri territori per anni ha tormentato tantissime donne, e non si trattava di attrici o ballerine ma di braccianti agricole che non indossavano certo una minigonna o avevano scollature prorompenti. Quello che consiglierei a mia figlia, a una mia alunna, a qualsiasi donna, soprattutto a me stessa, è di non abbassare mai la testa. Di non cedere mai a compromessi, di lottare e di non avere mai paura di dire, di raccontare, di denunciare».

Che cosa possono o devono fare gli uomini?
«Intanto penso che ci sono molti molti uomini per bene ma che non combattono al fianco delle donne, che non prendono posizioni, che non capiscono quanto il sostegno e la condivisione siano fondamentali. In merito a quegli altri uomini... Beh, devono prendere consapevolezza che hanno bisogno di aiuto. E questo può avvenire solo se per i loro comportamenti vi è una giusta punizione».

Facendo finta che non sia impegnata sentimentalmente, come dovrebbe comportarsi un uomo che volesse avvicinarsi a lei?
«Sono felicemente impegnata da trentanove anni. Ma facendo finta di non esserlo, un uomo che si voglia avvicinare a me deve avere tre caratteristiche fondamentali: una testa pensante e culturalmente viva, un desiderio costante di dialogo e di confronto, una giusta dose di romanticismo e galanteria. Ovviamente, ho dato per scontato fascino e avvenenza».

Insegnare a essere sensibili attraverso la musica e la cultura in genere quanto può aiutare i maschi e le femmine a tutte le età a riconoscersi e a capirsi?
«Ritengo che la musica, l'arte in generale abbiano un ruolo fondamentale nella formazione culturale dei maschi e delle femmine. Educare alla bellezza affina la sensibilità, abitua all'ascolto, all'osservazione, alla meditazione. I linguaggi verbali e non verbali migliorano i rapporti umani, avvicinano uomini e donne attraverso codici universali. Musica, arte, teatro, permettono giochi di ruolo, aiutano a tirar fuori la rabbia e a introiettare emozioni, consentono il confronto e accorciano le distanze, soprattutto quelle emotive. Chi cresce e vive circondato dal bello, chi è impregnato di cultura, è piu difficile che possa mettere in atto comportamenti eticamente scorretti. C'è una frase in proposito: "Il nostro io come la nostra vita sono di fronte a noi nel modo d'esistenza dell'opera da fare, per la quale tutto l'insieme del dato è di fronte a noi come l'argilla vicino allo scultore, come la tela, la paletta e i colori fra le mani del pittore"1. Vivere significa allora, per la morale estetica, tracciare attraverso il mondo il mio itinerario personale, operando insieme alle cose e, se necessario, con esse lottando. Questa poetica universale che l'atto stesso del vivere offre conduce verso la bellezza come pieno svolgimento di un sistema armonico di forze instaurative che trascende la particolarità delle singole categorie estetiche e conduce verso una vita sublime. Il cui presupposto fondamentale è la libertà di fare, che è poi la vera libertà di un uomo e di una donna».

1 E. Souriau, La couronne d'herbes, Paris, U.G..E.; 1975, p. 9.

Lascia un commento

Verify Code