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Direttore Pietro Andrea Annicelli

Angelo Aquaro: una vita breve e intensa che lascia il segno nel giornalismo italiano

di Pietro Andrea Annicelli

11/04/2019 Attualità

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Angelo Aquaro: una vita breve e intensa che lascia il segno nel giornalismo italiano

 

«Il nostro vice direttore elettrico»: così l'hanno salutato i colleghi della redazione di Repubblica ispirandosi a una sua caricatura in versione rocker di cui era orgoglioso. Angelo Aquaro se n'è andato prematuramente a cinquantatré anni, portato via da una brutta malattia che credeva di aver sconfitto all'inizio dell'anno. Prematuramente come l'indimenticabile zio Roberto, giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno, mio compagno di partite di calcetto insieme a Beppe, il fratello di Angelo, anch'egli giornalista. Prematuramente come Dino D'Arcangelo che l'aveva preceduto a Repubblica e all'inserto Musica

Ezio Mauro, assumendolo nel 2001, ne ha accompagnato l'ascesa professionale nel quotidiano di piazza Indipendenza fino all'incarico di vice direttore, passando per le corrispondenze dagli Stati Uniti e dalla Cina. Era stato però l'attuale direttore Carlo Verdelli a puntare sulle sue qualità giornalistiche nel periodo in cui era al Corriere delle Sera.

In precedenza Angelo, dopo aver frequentato la scuola di giornalismo della Luiss, aveva incominciato alla Gazzetta di Parma per poi andarsene a Milano. Si era segnalato a Sette, il settimanale del Corriere della Sera, proseguendo poi nel Venerdì di Repubblica. Ma era a Martina Franca che, giovanissimo, aveva avuto le sue prime esperienze giornalistiche insieme al padre Paolo e allo zio Roberto.

Ricordo bene l'Angelo liceale perché, alla metà degli anni Ottanta, facevamo parte dello stesso gruppo di amici insieme a Giuseppe Giudice, Antonello Scialpi, Michelangelo Zizzi. Lui era l'esperto di musica rock e dintorni. Se si circoscriveva ai Beatles, Bob Dylan, Jim Morrison, David Bowie, a conti fatti ne sapevo di più io. Angelo, però, era molto più eclettico. Mi fece scoprire il Philly soul, Marvin Gaye e un disco di Donald Byrd chiamato BlackByrd, più una coeva, vibrante composizione del trombettista americano: Witch hunt.

Di tutti noi era il più irrequieto e tendenzialmente modernista: in maniera educata e non aggressiva, tanto meno trasgressiva. Era un buono che dava la sensazione di voler incrociare la parte buona degli altri per generare fiducia. Nelle scorribande serali nella Ritmo verde militare di Giuseppe Giudice, il cui apice era l'attraversamento longitudinale di Martina vecchia da Porta Santo Stefano alla Porta del Carmine, allora possibile, soggiaceva abbastanza volentieri al gusto collettivo in cui prevalevano le canzoni di Paolo Conte e di Franco Battiato. Gli piaceva scherzare, ma senza offendere. Il che rendeva i suoi sfottò sopportabili pure al permalosissimo Michelangelo.

Angelo aveva un'occhialuta fisionomia che lo rendeva inconfondibile fin da bambino, dove credo di averlo intravisto ai corsi sperimentali d'inglese pomeridiano del professor Martino Sante Liuzzi alla scuola Marconi. Non c'incontravamo da una quindicina d'anni: l'ultima volta era stato un rapido incrociarsi sulla spiaggia a Pilone, dove entrambi stavamo con altre persone. Eravamo però amici su Facebook, dove il disegno stilizzato che lo rappresentava era tranquillamente sovrapponibile alle immagini nella mia mente di lui bambino e giovanissimo, oltre che alle sue foto pubblicate in queste ore nei quotidiani italiani.

Due begli articoli, di Simonetta Fiori su Repubblica e di Luca Zanini sul Corriere della Sera, dicono di lui e delle sue capacità professionali. Qui ripropongo, riprendendoli da Beppe Lopez, due post apparsi su Facebook. Concetto Vecchio: «È stato un talento multiforme. Caporedattore centrale, poi corrispondente da New York e da Pechino, capace di spaziare dal concerto rock al G7, alto e basso mischiato inesorabilmente, il dono dei bravissimi. Aveva, come tutti i grandi, un'altra qualità: una capacità di lavoro mostruosa. Si accollava letteralmente il giornale sulle spalle, che seguiva in ogni sua piega, fino a notte fonda. Era ossessivo nelle sue richieste, ti sfiniva, ma è stato leale come pochi. Non amava le cordate, i pettegolezzi, le sgarberie. L'unica religione che conosceva era quella del mestiere».

E Daniele Mastrogiacomo, prigioniero in Afghanistan dal 12 al 19 marzo 2007: «È stato lui a raccogliere forse la telefonata più drammatica e difficile della mia vita, quando i talebani che mi tenevano prigioniero mi concessero un solo contatto, quello che poteva salvarmi la pelle. Lo sommersi di parole, dicendogli di fare di tutto per costringere chi trattava la nostra liberazione ad accettare le condizioni dei nostri carcerieri. Non sapevo che fosse Angelo. Mi rispose con parole piene di angoscia. Mi chiese come stavo. Era la prima voce amica che sentivo da quando mi avevano rapito. Mi misi a piangere. Sapevo che non ero più solo. Non lo scorderò mai. Ciao Angelo».

 

Il ricordo di Carlo Verdelli, direttore de La Repubblica.

 

Pietro Andrea Annicelli e gli amici di Cronache Martinesi, commossi, ricordano Angelo Aquaro e partecipano al dolore dei genitori Paolo e Franca, della moglie Anna, del fratello Beppe, di tutti i suoi familiari e della redazione di Repubblica.

Il funerale sarà a Roma sabato 13 aprile alle ore 11.00 nella Chiesa di San Giovanni a Porta Latina, in via di Porta Latina, 17.  

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