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Mina Russo e la malattia: un anno dopo

di Pietro Andrea Annicelli

15/06/2019 Società

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Mina Russo e la malattia: un anno dopo

 

«Oggi sono serena. Però la malattia ti cambia. Ti fa capire tante cose: i parenti, gli amici. Sembrerà assurdo, ma mi ha anche resa migliore. So che posso farcela perché non riesco a vivere con la prospettiva di doverne morire».

Mina Russo da un anno esatto lotta contro un nemico subdolo. Il chirurgo, durante un intervento di routine, si accorge d'una massa cancerosa. Lei resta sette ore sotto i ferri. «Mi ha operata sul momento. E mi ha salvato la vita».

Mina è nata negli anni Sessanta, quando si pensava di poter cambiare il mondo. Ha conservato il convincimento che tutto sia possibile: in meglio. Ha una figlia adulta, un matrimonio alle spalle. È ancora bella e giovane. Ha un compagno: «Voglio ringraziarlo pubblicamente perchè è un uomo meraviglioso: mi è sempre vicino, condivide i miei dolori. M'incoraggia, non mi fa mancare nulla».

 

 

Mina Russo in due immagini. Nella prima è insieme al suo compagno con i capelli rasati: lei per la chemioterapia, lui per esserle solidale.  

 

Alla fine dello scorso anno, superato l'iniziale smarrimento, Mina si mette in gioco. L'impulso motivazionale viene dall'idea d'una giovane mamma anch'essa malata oncologica. «Francesca, che non c'è più, aveva espresso il desiderio di fare qualcosa d'importante. Insieme ad altre come noi, abbiamo deciso di trovare i fondi per comperare un macchinario per le biopsie da donare all'ospedale San Pio di Castellaneta».

Il mezzo, nella società dell'immagine a ogni costo, è semplice, ironico e geniale: un calendario. «Ci siamo ritrovate in sei, tutte con lo stesso problema, davanti al fotografo. Abbiamo cercato d'essere naturali, scherzando un po' sulla nostra condizione: non volevamo commiserazione, ma attenzione all'importanza della nostra causa. Non ci conoscevamo e, davanti all'obiettivo, siamo diventate amiche. Dopo il servizio fotografico, abbiamo imparato a cercarci e a sentirci. Ci siamo scambiate impressioni sulla malattia: in qualche caso, per consolarci. Matilde non ce l'ha fatta. È morta a dicembre, subito dopo la pubblicazione del calendario».

Si chiama Il calendario del cuore. Ne vengono stampate cinquemila copie. Prevedono un'offerta libera. Arrivano fino a Milano. Grazie al contributo di commercianti della provincia di Taranto e di tanti privati, il macchinario è acquistato. All'inizio della primavera entra in servizio. «Funziona eseguendo le biopsie in maniera molto precisa, individuando subito il tessuto da rimuovere. Grazie a Pasquale Rizzi e all'associazione Echeo di Palagiano che hanno curato l'organizzazione del progetto, abbiamo concluso con una festa dove sono state ringraziate tutte e tutti. Non si è trattato soltanto di realizzare il sogno di Francesca, ma di sensibilizzare la gente sulla lotta contro il cancro. Finché non ti tocca, non ci pensi. Invece è importante pensarci non solo per la prevenzione, ma perchè una parola di conforto, di aiuto, può contare tantissimo nella vita di chi sta male».

 

 

Mina in due immagini del calendario.

 

Vivere è diventato, per Mina, un percorso iniziatico. «Quando ho saputo della malattia, il primo giorno ero arrabbiata: non guardavo neanche il Crocifisso che avevo davanti. È durato poco perché mi sono accorta di quanto gli altri mi vogliano bene: non mi aspettavo tante visite, tante attestazioni di affetto! Un messaggio, una telefonata, un fiore: mi hanno aiutata a essere forte. Senza, non ce l'avrei fatta. Oggi ho una ragione importante per svegliarmi la mattina: sentirmi amata. E avverto la presenza delle persone che dicono di pregare per me. A mia volta non chiedo a Dio di salvarmi: prego per gli altri. Sono loro la mia salvezza».

Cercare di guarire attraverso la tenerezza della partecipazione, come chiede anche Papa Francesco. «Stare vicini agli ammalati li aiuta a sentirsi amati. Ho anche avuto la fortuna d'incontrare dei medici, degli infermieri, non soltanto preparati professionalmente, ma dalla grande sensibilità umana. Ringrazio il reparto di Oncologia dell'ospedale di Martina Franca dove purtroppo opera una sola oncologa: la bravissima dottoressa Grazia Luccarelli. E le infermiere: quando c'iniettano il veleno della chemioterapia, cercano di trasmetterci simpatia, serenità. Non è semplice».

La chemio. La spada di Damocle di cui parla anche Lou Reed nel suo album, Magic and loss del 1991, dedicato alla lotta al tumore. «Non volevo farla. Ho cambiato idea perché mia figlia mi ha gridato: mamma, ho bisogno di te! Quando tua figlia chiede, non pensi più a nulla. E ho iniziato. Quando l'ho fatta le prime volte, facevo i capricci e non volevo alzarmi. Poi riesci a convivere con tutti i tuoi dolori perché parte un altro meccanismo: o ti dai da fare, o finisce male. Ogni volta che supero un ciclo di chemio, faccio una foto: è una sensazione strana che non so spiegare. La spossatezza e i dolori alle ossa, alle articolazioni, non ti lasciano. Ma sei la prima che deve aiutarsi. I medici fanno la loro parte. La guarigione passa da questa consapevolezza».

 

 

Mina Russo con la figlia appena laureata due anni e mezzo fa e nel 2014. 


Mina Russo, con l'esperienza della malattia, ha incontrato una nuova se stessa: «Non ho paura di morire. Ci sono gli effetti collaterali della chemio, c’è l’accettazione di non avere più un corpo come prima. Ma vado avanti fiduciosa finchè Dio vorrà. E finchè sarò in piedi, lo ringrazierò: contenta di avere un altro giorno davanti a me. Ho imparato a sorridere anche quando non ne ho voglia perché ho capito che il mondo è pieno di belle persone. Adesso apprezzo anche le cose più piccole. Bisogna volersi bene perché la vita è davvero un dono. E non deve essere sprecata. Va vissuta nel miglior modo possibile. Perciò amatela: buttatevi a capofitto in ogni cosa che vi dia emozioni forti. Sorridete e regalate tanti sorrisi. Abbracciatevi e ditevi che vi volete bene. Chiedete scusa. Fate delle passeggiate. Siate consapevoli che vedere, camminare, sentire e parlare non tutti possono permetterselo. E non date tutto per scontato».

Sullo sfondo brilla il guerriero della luce di Paulo Coelho: «Il guerriero della luce è colui che è capace di comprendere il miracolo della vita, di lottare fino alla fine per qualcosa in cui crede, e di sentire allora le campane che il mare fa rintoccare nel suo letto».

Mina conclude: «Spero che un giorno la medicina riesca a guarire tutti coloro che soffrono. Penso soprattutto ai bambini: a quelli di Taranto per primi. Mi auguro che l'industria farmaceutica produca farmaci di nuova generazione privi di effetti collaterali. Spero in un mondo migliore».

 

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