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Carlo Dilonardo: Paolo Grassi e il Festival della Valle d'Itria

di Redazione

11/08/2019 Spettacoli

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Carlo Dilonardo: Paolo Grassi e il Festival della Valle d'Itria

 

La quarantacinquesima edizione del Festival della Valle d'Itria conclusa il 5 agosto ha ricordato il centenario della nascita di Paolo Grassi, argomento anche di mostre e incontri culturali durante l'anno. Carlo Dilonardo, registra teatrale autore della monografia Paolo Grassi, il valore civile del teatro, puntualizza alcuni aspetti del rapporto tra il grande impresario e il Festival della Valle d'Itria.

Alessandro Caroli, Paolo Grassi, Franco Punzi: sono i tre uomini fondamentali per l'avvio, la crescita e la prosecuzione del Festival. Quali sono i meriti di ciascuno?
«Caroli, Grassi e Punzi hanno dato vita a una manifestazione di carattere internazionale che si fonda su dinamiche artistiche e organizzative che, a mio avviso, ne sono le carte vincenti. Credo che ciascuno di loro sia stato determinante: Caroli nell’aver ideato e battezzato la manifestazione, Grassi nell’averne compreso l’utilità sociale e culturale, Punzi nell’averne assicurato la continuità e averla fatta crescere. Tre uomini che, ciascuno a suo modo, hanno fatto cose importanti e senza i quali l’avventura si sarebbe chiusa molto presto. Il Festival non sarebbe arrivato fino a oggi senza il loro impegno e la loro dedizione».

Paolo Grassi incontra Alessandro Caroli e comincia a interessarsi del Festival dalla terza edizione. Come si sviluppa questo sodalizio e cosa aggiunge Grassi all'ideazione di Caroli?
«Credo che Grassi abbia dato quel tocco gestionale e organizzativo che nessuno, prima di lui in Italia, aveva avuto. Nel nostro Paese, in quegli anni, non ci sono esempi analoghi di direttori organizzativi: esperienze di questo tipo sono da ricercare in altri paesi Europei. Grassi, grazie alla sua poetica organizzativa, seppe dare al Festival la giusta chiave di stampo gestionale. Era un uomo dalle grandi strategie con un asso nella manica: la capacità di pre-vedere».

Fra i due vi era una forte differenza sul piano caratteriale. Idealista, artista, con una notevole cultura classica che si sviluppava in singolari slanci da mecenate Caroli. Pragmatico, pianificatore, con grande capacità di relazione nel mondo della lirica e del teatro Grassi. L'incontro tra due caratteri così divergenti non poteva reggere e non resse. Rappresentò però, detto a distanza di quarant'anni, un momento fondamentale nella storia del Festival.
«Due caratteri diversi e politicamente opposti, ma due uomini di grande sensibilità e cultura. Tutte le esperienze teatrali del Novecento sono frutto di esplosioni dovute proprio ad alcune diversità tra chi le realizzava. Si pensi alle esperienze russe teatrali del primi anni del ventesimo secolo. Si pensi alla nascita del cinema. Tutti episodi che hanno cambiato il volto della nostra cultura affermando il principio secondo cui i poli opposti si attraggono. In effetti, credo che questo sia accaduto tra Caroli e Grassi. Il buon senso ha dominato gli interessi personali che spesso disintegrano questo tipo di esperienze».

Paolo Grassi, dicono le cronache, quando Caroli lascia la guida del Festival trova una soluzione di continuità che garantisce, in anni ancora incerti, la sopravvivenza della manifestazione. Qui entra in gioco Franco Punzi, sindaco dell'epoca e in quella veste primo firmatario dell'atto costitutivo che nel 1975 istituisce il Centro artistico Valle d'Itria, inizio del Festival.
«Come ho già avuto modo di dire, in queste esperienze durature non ci può essere un protagonista singolo. Se Caroli ha il merito di aver avuto l’idea del Festival della Valle d'Itria, Grassi, e successivamente Punzi, hanno avuto il merito di aver trovato delle strade affinché il Festival continuasse. E noi, trentenni e quarantenni, che non abbiamo avuto la fortuna di conoscere Grassi, dobbiamo sentire una grande responsabilità per la bellezza che il Festival produce ogni anno. La forza di un evento, soprattutto nel teatro, sta nella resistenza. Un esempio è Eduardo De Filippo: un uomo osteggiato dal regime per la sua lingua dialettale che ha fatto di questa il suo punto di forza e d'innovazione. Il Festival è patrimonio di tutti: è fonte di cultura, di relazioni umane, di energia artistica. Martina Franca in quei giorni si trasforma e diventa un meraviglioso ritrovo d'innovazione e tradizione: connubio perfetto per la crescita culturale di Martina Franca». 

Alessandro Caroli è uno dei fratelli maggiori di Pinuccio, all'epoca deputato e sottosegretario, punto di riferimento di quel ceto medio emergente che caratterizzava la Martina dell'epoca. Grassi, milanese di padre martinese, era parente di Giulio Orlando, all'epoca senatore e ministro, riferimento per una borghesia agraria tendenzialmente conservatrice, ma capace d'insospettabili aperture moderne in quel contenitore elastico che era la Democrazia Cristiana ancora partito-stato. Come commenti questo incontro tra rappresentanti dei blocchi sociali più influenti della Martina degli anni Settanta che avrebbe avuto come esito ultimo, con la morte di Grassi nel 1980, la continuità di Punzi, il sindaco della Martina popolare i cui primi elettori erano i lavoratori cattolici?
«Fratello, Alessandro Caroli e parente, Paolo Grassi, di due uomini di notevole peso politico nell’Italia di quegli anni. Non ho avuto modo di conoscere direttamente e in modo approfondito l’onorevole Caroli, tanto meno il senatore Orlando. Ma dai racconti che ho ascoltato da concittadini più grandi di me, mi pare siano state due personalità importanti per Martina. Ritengo che oggi ci troviamo in una società in cui la politica, in molti casi, è solo un modo diverso di lavorare, di vivere. Nel loro caso credo invece che si parli di personalità che condividevano degli ideali. Erano figli della guerra, avevano conosciuto e affrontato la sofferenza, il dolore ma anche l’energia, la voglia di ripartire. Oggi credo che manchi proprio questo: un po’ di vitalità, di energia. Siamo tutti appiattiti dai social e da una comunicazione sempre più veloce che non lascia il tempo di riflettere, di pensare. Dico questo perché sono certo che, al di là delle idee politiche, le persone per bene e con basi culturali sanno riconoscere ciò di cui ha bisogno, da un punto di vista culturale e artistico, un paese».

Che cosa ha lasciato Grassi a Martina Franca?
«Paolo Grassi ha lasciato una grande eredità e con essa una grande responsabilità per tutti i cittadini. Per i miei studi e per il mio lavoro è stato un faro, un punto di riferimento. Le sue massime, i suoi pensieri, le sue numerosissime lettere, i suoi articoli, sono visioni d'un mondo al quale ancora oggi dovremmo guardare. E credo che i giovani che vogliano avvicinarsi al teatro dovrebbero alimentarsi continuamente di biografie come quella di Grassi».

Nella foto in alto, Alessandro Caroli in abito bianco e Paolo Grassi in abito scuro (archivio Benvenuto Messia, per gentile concessione). Al centro, Carlo Dilonardo.

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