cronache martinesi

Direttore Pietro Andrea Annicelli

Fuori Roma, ma non dentro Martina

di Pietro Andrea Annicelli

04/10/2017 Editoriale

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Fuori Roma, ma non dentro Martina

 

Ho visto e rivisto Fuori Roma, la trasmissione di Concita De Gregorio su Rai Tre la cui ultima diffusione, martedì sera, è stata dedicata alla nostra città. Intervistati (in ordine d’importanza ricevuta): il sindaco Franco Ancona, Donato Carrisi, il deputato Gianfranco Chiarelli, Pino Pulito, Eligio Pizzigallo con la moglie Teresa, Renzo Rubino, il confezionista Pino Lerario, Giorgia Lepore, la grande Lisetta Carmi, Franco Punzi, l’insegnante di yoga William Wheeler, Ludovico De Siati e Graziana Muscato di Martina Tre, il colonnello Giorgio Piccirillo dell’Aereonautica militare. Camei di Lino Bufano (il bravo nonno di Renzo Rubino), Benvenuto Messia (nel breve estratto del video della canzone dello stesso Renzo), Donato Marinosci e Pasquale D’Arcangelo (ripresi mentre chiacchierano in fondo a un vicolo del centro antico). Ignorati eccellenti: Nico Blasi, Rossella Brescia, Giuseppe Gaetano Marangi, Piero Marinò, Francesco Lenoci, Donato Pentassuglia. Cassati (ed è grave): il fragno, il Murgese, il capocollo, il vino, le grotte.

Coinvolgenti le riprese, la luce, la computer grafica, le musiche, per la regia di Pietro Giampietro. La produzione è di Hangar Tv di Gregorio Paolini. Alla fine dei quarantasette minuti restano le belle sensazioni visive, tra cui le riprese dai droni, e qualche buona impressione. Ad esempio, l’intelligenza d’una Giorgia Lepore muliebre e solare. L’incrollabile fede nell’umanità e nel bene di Lisetta Carmi (e pazienza se non si dice che quell'affascinante vecchione imbiancato tra le sue foto è il grande poeta americano Ezra Pound). La serata di festa a Masseria Mangiato per il concerto estivo di Rubino. Il sindaco che accenna alla chitarra La canzone del sole. La spontaneità schietta e buona di Eligio Pizzigallo.

Il sottotitolo della trasmissione è Concita De Gregorio racconta la politica delle città. Ed effettivamente la narrazione parte dalle ultime rocambolesche comunali. Il problema è che, sia pure in un format sostanzialmente d’informazione-intrattenimento piuttosto che d’informazione pura, molte cose non si capiscono. Manca l’analogia tra Martina e Asti. Nella città piemontese la presidente del Tribunale forza la legge e apre le urne di alcune sezioni per capire chi deve andare al ballottaggio: il dilemma si risolve in tre giorni senza ricorrere al Tar. Da noi è andata come sappiamo e non sappiamo come finirà.

La Martina che ne esce fuori è più o meno quella di cui si potrebbe parlare in un salotto romano che si ritiene di sinistra e in cui si lodano Fabio Fazio e Roberto Saviano, si legge Repubblica, si mette in minoranza Checco Zalone: città e terra bella, bellissima, con una politica di cui recepire il minimo indispensabile e gente interessante, ma da prendere a piccole dosi. Ci sono un paio di passaggi abbastanza esilaranti per noi indigeni. La De Gregorio introduce «l’onorevole Chiarelli, che ha ereditato lo studio di uno dei democristianissimi fratelli Caroli». Pasquale Caroli, che dei menzionati era cugino, ma che soprattutto giammai fu democristiano bensì fieramente di destra, si sarà fatto da lassù una gran risata. Ci ha pensato Chiarelli a ricordare il valore d’un avvocato che Carlo Taormina chiamava «maestro». C’è poi Franco Ancona che vince la battaglia interna nel Pd per la ricandidatura a sindaco «sostenuto dall’amico Luciano Violante, che a Martina ha una casa d’estate». In realtà, più che il sostegno di Violante dal suo trullo, è servito quello di Donato Pentassuglia che gli ha garantito il voto favorevole dell’assemblea degli iscritti. Ma il consigliere regionale, il politico più rilevante di Martina per consenso, non è mai nominato nella trasmissione.

Se il sindaco, con Scialpi di complemento, è la fonte centrale della narrazione, l’affabulatore è Donato Carrisi. Dice cose giuste («Il martinese è un po’ come il lombardo del sud: deve lavorare») e no. Sulle amministrative: «Penso che il casino che è successo sia dovuto soprattutto al fatto che i candidati in fondo si somigliassero tutti». Più correttamente: si somigliavano le coalizioni. Poi: «Secondo me le amministrazioni locali dovrebbero essere affidate tutte in Italia a chi ha meno di quarant’anni». Viene in mente lo slogan di Jerry Rubin reso celebre cinquant’anni fa all’Università di Berkeley durante le contestazioni: «Non fidarti di nessuno che abbia più di trent’anni». L’una e l’altra frase, con tutto il bene che voglio a Donato, sono delle solenni fesserie.

Ma Carrisi insiste e ha una caduta di stile: «Io avrei voluto Stefano Coletta sindaco di Martina Franca perché è giovane». Ah: e che c’entra la gioventù con la capacità di amministrare? E poi, Coletta è suo cugino: possibile che tra i giovani di Martina non ce ne sarebbe stato almeno uno più bravo? E fino a che età si è giovani? Eligio Pizzigallo commenta la fine della prima Amministrazione Ancona parlando di «frattura netta» tra «i giovani, la parte più fresca del Pd, e la parte più tradizionale». Possono passare per giovani Franco Basile e Antonio Carriero, gli over cinquanta che sciolsero il consiglio comunale?

Nella dinamica narrativa è sottaciuto un fatto essenziale. Proprio Coletta vuole fare il candidato sindaco del Pd ma non presenta la candidatura. Poi forma un movimento cittadino che però non diventa una lista civica di centrosinistra. Ci mette tempo per ritornare con Ancona. Così rischia di farlo perdere, rallentando e intralciando la formazione delle liste. Ma spiegarlo è complicato. La tv, si sa, vuole semplificazioni. Altrimenti il pubblico si annoia. E le cose complicate rendono antipatici. O no?

Concita De Gregorio, che è pur sempre un’ex direttrice de l’Unità molto filo Pd, gioca abilmente a mettere contro Gianfranco Chiarelli e Pino Pulito ricostruendo le vicende elettorali. È bravissima a far confessare candidamente ad Ancona di aver avuto un patto «di non belligeranza» con Pulito. Insiste fin troppo su Martina «feudo democristiano» (l’ultima Amministrazione monocolore è finita trent’anni fa) prefigurando per le prossime amministrative, quasi con senso liberatorio, «qualcosa che non ha più niente a che vedere con la vecchia Dc». Cioè: «Un match tra la sinistra delle associazioni e la destra delle professioni». Interessante l’osservazione che la politica passi attraverso il calcio. Ma che Pulito sia stato un «capo ultrà» non credo d’essere il solo a non averlo mai saputo.

È un peccato che si sia dato uno spazio sostanzialmente inutile al mistero di Ustica, specialmente dopo anni che il Terzo Roc non esiste più, e si sia parlato in maniera vaga del patrimonio sotterraneo ignorando quello naturale (sarebbe stato notevole un intervento di Giuseppe Gaetano Marangi, eventualmente anche sul dialetto), zootecnico (un delitto non accennare almeno al Murgese, da quest’anno nella Guardia d'onore dei Corazzieri di rappresentanza del Presidente della Repubblica), storico e architettonico (Piero Marinò sarebbe stato indispensabile). Personalmente avrei visto bene l’intervento d’un sacerdote se si considera l’inscindibilità del rapporto tra il clero e il popolo per la costruzione dell’identità civile di Martina. Avrei interpellato don Martino Mastrovito, priore della Congrega dei preti, per l’impegno di quest’ultima nel recupero dei beni culturali ecclesiastici.

Nico Blasi come narratore della città e dei cittadini sarebbe stato insuperabile: Carrisi sta a lui come io sto a Maria Pignatelli Ferrante nel raccontare la cucina delle Murge. Quando si è detto del ritorno dei giovani a Martina dopo aver completato la loro formazione altrove, avrei visto bene Rossella Brescia: prima di altri martinesi, lei è tornata aprendo una scuola di danza. E per un discorso sull’economia, non solo delle confezioni, credo che nessuno avrebbe potuto dire meglio di Francesco Lenoci.

Proprio qui la trasmissione è caduta nella logica, immagino casuale ma non per questo meno fastidiosa, dell’io, màmmeta e tu. Lerario è un eccellente confezionista ma non può riassumere da solo la categoria. Per di più fa il cappotto che Tony Servillo indossa nel film di Carrisi di prossima uscita, di cui Donato non manca di parlare ampiamente: ce n’era bisogno visto che non è né girato né ambientato a Martina?

Alla fine, nel montaggio gli giocano un brutto scherzo. Lo lasciano lì a dire con aria inquisitoria: «Ci sono tante responsabilità, tanti responsabili. Non c’è un colpevole». De che? si direbbe nel salotto romano.

Resteremo nel dubbio.

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Complimenti: analisi davvero puntuale, fondata, competente

di Francesco Ruggieri 04/10/2017

Non entro nel merito delle questionipolitiche, anche per coerrettezza etica e deontologica. La Tua analisi č davvero puntuale, fondata sui fatti e rivela grande competenza e onestā intellettuale. Sto leggendo altri commenti beceri di chi non riesce mai a rinunciare alla tifoseria da ultras. Martina FRanca ( lo dico da tarantino) meritava altro. Complimenti. Un caro saluto