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Aldo Moro: cercare di capire

di Pietro Andrea Annicelli

09/05/2018 Oltre città

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Aldo Moro: cercare di capire

 

Questa foto ritrae, simbolicamente, i giovani di Martina Franca il 10 maggio 1978, in corteo il giorno dopo l’uccisione di Aldo Moro. Sulla destra, con la barba e la bandiera italiana in mano, l’editore Silvio Laddomada, che all’epoca aveva un ruolo dirigenziale nella Federazione regionale dei giovani comunisti. Accanto a lui, più alto, Donato Marinosci, dirigente della Gioventù democristiana. Più avanti, con il cappello e l’abito chiaro, il vice questore Michele Giudice: chiuso nello sconcerto e nel dolore dopo che i terroristi, che due mesi prima avevano ucciso a Roma tre colleghi della Polizia di Stato e due carabinieri nell'agguato di via Fani, avevano fatto trovare assassinato il più importante uomo politico italiano.   

La mattina del 16 marzo 1978 ero seduto al mio banco della scuola Marconi, come tutti nella mia classe. Alla radio, che serviva al direttore per comunicare in ogni aula, dissero a tutte le insegnanti di recarsi in direzione. Trascorse un tempo lunghissimo. Poi la maestra, Linda Minardi Alberini, si affacciò brevemente alla porta prima di allontanarsi di nuovo. Aveva il viso allarmato e insieme concentrato di chi deve gestire un’emergenza. «Bambini, cercate di stare tranquilli: hanno rapito il presidente Moro».      

Ho compiuto undici anni durante i cinquantacinque giorni della detenzione prima della morte. Ricordo il passaggio da un prima a un dopo. Istintivamente la percezione della violenza nelle cronache quotidiane del mondo divenne per me molto più netta. Era l’effetto di quello che, a livello collettivo, rappresentava l’avvenuta deviazione della storia.

Oggi sappiamo che la ragion di stato, gli arcana imperii che il potere si arroga il diritto d’imporre al popolo, è stata talmente opprimente da spacciare a lungo una bugia fatta passare per verità: che le Brigate Rosse avessero fatto tutto da sole e che non ci fossero misteri oltre le risultanze dei processi. Quell’accordo tra lo Stato e i terroristi, tra la Democrazia Cristiana e le Brigate Rosse, che non si volle attuare per liberare Moro, si è consolidato sulle bugie da far passare per verità. Ce l’ha detto la seconda Commissione Moro nella relazione del dicembre scorso approvata dalla Camera dei deputati: «Il rapimento e l’omicidio di Aldo Moro non appaiono affatto come una pagina puramente interna dell’eversione di sinistra, ma acquisiscono una rilevante dimensione internazionale».

Nelle 274 pagine si spiega, tra l’altro, come la verità dicibile sul caso Moro sia stata confezionata, durante gli anni Ottanta e fino al 1990, per chiudere in Italia la stagione del terrorismo di sinistra. La verità completa e definitiva deve però, con ogni probabilità, essere ancora consegnata al senso della realtà: l’influenza determinante dei servizi segreti occidentali e in particolare statunitensi, con l’interesse coincidente di Mosca, affinché le Brigate Rosse, disposte a liberare Moro, finissero per accollarsi l’omicidio derivativo dello statista. L’ha spiegato Simona Zecchi nel libro La criminalità servente nel caso Moro, La Nave di Teseo: «Un omicidio cioè voluto da terzi che costringe tutti, mandanti ed esecutori, ad agire verso un unico risultato, costruendo così, attraverso una serie di fitte azioni e concause, un intrico il cui nodo diventa quasi impossibile da sciogliere». Inoltre: «Si tratta di una tecnica di controguerriglia che spiega un fatto semplice: il terrorismo di ieri e di oggi poco ha a che fare con le ideologie, molto invece con la tecnica e gli schemi».

Giovanni Fasanella, nel suo Il puzzle Moro, Chiarelettere, che completa una trilogia sull’influenza storica e segreta degli inglesi sulle vicende italiane (Il golpe inglese, 2011, e Colonia Italia, 2015, sempre per Chiarelettere, sono i precedenti lavori), evidenzia come negli anni Settanta si accentui il disappunto britannico sulla politica mediterranea dell’Italia, di cui Moro era il principale artefice, e sui tentativi di autonomia dalla logica di Yalta di cui la strategia dell’attenzione ai comunisti era l’aspetto per loro più preoccupante. Nel libro, che presenterò insieme alla collega Annalisa Latartara il 28 maggio prossimo su iniziativa di Libri in Corso di Antonella Colucci, Fasanella spiega come gli Stati Uniti e il Regno Unito, con la complicità in diversi momenti della Francia, della Germania, dell’Urss, della Cecoslovacchia e della Bulgaria, abbiano avuto degli interessi convergenti a fermare la politica di Moro.

In particolare Fasanella riporta la testimonianza del generale dei carabinieri Niccolò Bozzo, collaboratore del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, inerente l’indagine su una tecnostruttura, attiva dal dopoguerra, capace di manovrare i fili dell’eversione rossa e nera. Alla fine, dopo un incontro con Edgardo Sogno, partigiano bianco legato ai servizi segreti britannici, Dalla Chiesa mollò l’indagine: «È una storia più grande di noi, qui siamo a livelli internazionali, le Br non c’entrano più».

Una frase di Ciriaco De Mita, segretario della Democrazia Cristiana durante gli anni Ottanta, riassume quell’epoca : «Nel 1976 gli Usa non ci mandarono i marines, ma fu allora che furono rivitalizzate cose come la P2, infarcite di alti gradi, e poco amiche di Moro». Due anni prima l’allora giudice istruttore di Torino Luciano Violante aveva fermato il golpe bianco di Sogno. Ma qual è l’entità segreta che costringe i terroristi a uccidere l’ostaggio mentre verosimilmente aspettano gli emissari a cui consegnarlo a conclusione della trattativa che avrebbe dovuto liberarlo?

Secondo Paolo Cucchiarelli, autore due anni fa del libro inchiesta Morte d’un Presidente e dell’appena pubblicata nuova inchiesta L’ultima notte di Aldo Moro, Ponte alle Grazie, si tratta del cosiddetto Secret Team, la struttura segreta privatizzata formalmente costituita da ex agenti della Cia, in realtà impiegata in quegli scenari in cui la Cia non poteva intervenire ufficialmente. «Essa è per un terzo affaristica, per un terzo (operativamente) di intelligence e per un terzo ha obiettivi politico-militari che rispondono alle esigenze dell’apparato istituzionale più legato ai circoli repubblicani, anche estremi, dell’establishment americano» scrive il giornalista. Una struttura simile, se non analoga, fu, negli anni Sessanta, la CMC Permindex, che recentemente lo studioso Michele Metta ha ritenuto essere la chiave dell’assassinio di John Kennedy.         

È il Secret Team a garantire la spaventosa efficienza dell’agguato di via Fani. E, spiega Cucchiarelli, Moro capisce subito, e cerca di spiegarlo nelle sue lettere, qual è la causa ultima del «dominio pieno e incontrollato» a cui dice d’essere sottoposto.

Alla fine il presidente della Democrazia Cristiana muore perché manca il coraggio di liberarlo. I due criminali che ce l’hanno in consegna nella Renault rossa parcheggiata in un garage nel centro di Roma, non vedendo arrivare chi deve portarlo verso la libertà, lo sopprimono per mettersi in salvo. Realizzano così l’omicidio derivativo a cui mirava Steve Pieczenik, lo psicologo del Dipartimento di stato americano che in quei giorni collaborava con il ministro dell’Interno, Francesco Cossiga, con l’obiettivo non dichiarato d’impedire ogni trattativa e costringere le Brigate Rosse ad assassinare l’ostaggio: «Uccidendo Moro, persero la loro battaglia. Se l’avessero liberato, avrebbero vinto».

In realtà è l’Italia che perde la battaglia. La strategia dell’attenzione di Moro non era un mero compromesso tra democristiani e comunisti, ma un programma di rimozione dei meccanismi della democrazia bloccata dall’Italia dell’epoca, un retaggio della suddivisione del mondo in blocchi. Una progressiva evoluzione socialdemocratica del Pci di Berlinguer e una rigenerazione della Democrazia Cristiana, corrotta dall’obbligo di essere partito stato, in una logica democratica tanto collaborativa quanto competitiva, avrebbe significato un’evoluzione più matura della società italiana, senza la deriva plebiscitaria e maggioritaria della seconda repubblica il cui risultato ultimo sono politici cinici, arrivisti e improbabili come Matteo Salvini e Luigi Di Maio.

Moro alla Presidenza della Repubblica, naturale sbocco della sua carriera politica, avrebbe contribuito a un’Europa dei popoli meno vincolata agli interessi economici e finanziari, forse fondata su radici cristiane. Un’Italia più libera da politiche decise a Washington, Mosca, Londra, Bonn, Parigi, avrebbe significato maggiore capacità di mediazione nel Mediterraneo e in Medio Oriente: probabilmente un argine alle radicalizzazioni che sarebbero venute dalla rivoluzione iraniana, dagli interessi egemonici dei sauditi, dal militarismo iracheno di Saddam Hussein, dalla deriva israeliana di estrema destra dopo la morte di Rabin.

Perciò vale, a distanza di quarant’anni, un preciso ammonimento dello statista di Maglie con cui Cucchiarelli conclude il suo libro: «Quando non si può fare niente e tutto è perduto, bisogna almeno cercare di capire».

Nell'immagine al centro, manifestazione di studenti il 16 marzo 1978 dopo l'agguato di via Fani.  

 

 

 

 

 


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