cronache martinesi

Direttore Pietro Andrea Annicelli

Due o tre cose su Giovanni Cassano

di Pietro Andrea Annicelli

29/06/2018 Editoriale

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Due o tre cose su Giovanni Cassano

 

«Tutte le famiglie felici si assomigliano, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo». L’incipit di Anna Karenina vale anche per Giovanni Cassano. Ce l’ha raccontato indirettamente nella bella chiacchierata televisiva con Luciana Convertini dopo la donazione all’Istituto Marconi dei quaranta pc in sostituzione di quelli sottratti da ignoti ladri nella notte tra il 30 e il 31 maggio.

È stato piacevole, in certi momenti accattivante, vedere questo omone rigido, caratterialmente ruvido, narrare se stesso e i suoi affanni, ma anche esprimere quell’empatia con i guai degli altri che l’ha spesso indotto ad atti spontanei di anonima generosità. Un collega mi riferì, anni fa, che durante una trasmissione sportiva venne fuori la necessità per qualcuno di disporre d’una somma che non aveva per un’operazione chirurgica. E Cassano, avendo seguito la trasmissione, lo chiamò per sapere a chi e dove fare arrivare il denaro necessario.

La storia umile, dolorosa e faticosa dei fratelli Cassano l’ho riassunta quindici anni fa nel Corriere del Mezzogiorno intervistando Lino: l’indimenticabile fratello maggiore di Giovanni e Angelo, di cui all’epoca si parlava come un possibile futuro candidato al Senato. «Nel 1964 avevo otto anni. I miei fratelli, sette e cinque e mezzo. Mia madre, che ne aveva trentuno, ebbe una paralisi. Morì due anni dopo. Affinché non disturbassimo mamma a casa, papà ci faceva stare nella sua bottega di calderaio. A undici anni aiutavo papà come garzone. Ho fatto le medie andando a scuola solo tre giorni alla settimana perché gli altri, compresa la domenica, andavamo a fare il mercato nei paesi. I miei fratelli si sono fermati alla quinta elementare».

Giovanni Cassano ha detto a Luciana Convertini che a scuola ci andava pochissimo. Suo padre e il maestro Angelo Pizzigallo s’erano messi d’accordo affinché il ragazzino, d’indole aggressiva perché soffriva a non avere più la madre, andasse a lavorare insieme al genitore. Nessuna autocommiserazione nel rammentarlo. Piuttosto, la voglia di farsi capire. Come a dire: se qualche volta vi sembro scontroso, chiuso in me stesso, disincantato, con un sottofondo di cinismo, la mia è un’autodifesa che, come per tutti, ha delle ragioni nei dolori dell’infanzia e in quelli del corpo: sette interventi a un cuore «malato ma buono». Non sono Cassano che si vuole prendere la città, ma uno che ha sempre lavorato e che continua a produrre per sé ma anche per gli altri. Perché vivo e lavoro a Martina: non me ne sono andato.    

Quando lo conobbi, Giovanni Cassano fu provocatorio: «Lei sa chi sono? Sono un ignorante». Gli risposi che tutti lo siamo, a modo nostro. Anzi, lui era più evoluto di altri che, nascondendosi dietro la boria dei soldi, mai l’avrebbero ammesso. Se Lino era, come mi ha spiegato Francesco Lenoci, il talento imprenditoriale puro, Giovanni ha dalla sua la tenacia di aver saputo tenere e consolidare quello che, insieme, i tre fratelli avevano realizzato.

Oggi sarebbe impensabile, anche se non ci fosse la crisi economica, un tentativo d’ingresso in Borsa come quello di General Trade nel 2003 quando acquisì, per poi rivendere rimettendoci, le azioni d’una compagnia aerea bergamasca. Le aziende dei Cassano sono però state ben strutturate, divise e organizzate. A Giovanni e ai suoi figli, General Trade e Happy Casa. Alle figlie di Lino, Anna e Daniela, la Golden Hill. Ad Angelo Cassano, la catena dei negozi con il nome di famiglia. Molti martinesi hanno trovato lavoro nel sistema d’importazione e commercializzazione di giocattoli e articoli per la casa realizzato dai Cassano attraverso la relazione imprenditoriale con la Cina.

Sono stati Giuseppe e Adriano, i maggiori dei suoi quattro figli, a proporre a Giovanni la donazione al Marconi. Oltre ai computer ci hanno aggiunto il sistema d’allarme. Ce lo immaginiamo, questo dialogo costruttivo tra i figli ben inseriti nella smart society e il padre con la quinta elementare fatta lavorando da bambino, però intelligente, sensibile, con una grande esperienza di vita. Un patto generazionale, insomma.

L’essenza d’ogni progresso è nella consapevolezza che i figli e i nipoti devono poter avere, nel loro tempo di crescita, quello che di necessario era stato negato ai padri e ai nonni. Deve valere nella maniera più ampia possibile: in senso sociale piuttosto che individuale. Perciò si deve guardare a Giovanni Cassano e ai suoi figli con riconoscenza: per la capacità di aver reso concreta questa consapevolezza.

Ideologico era stato il furto, ideologica è stata la risposta. L’«ignorante» e i suoi figli hanno saputo dare uno schiaffo a chi, verosimilmente su commissione, aveva privato gli scolari degli strumenti per la didattica moderna, quasi a voler preparare il terreno per quell’ignoranza, questa si deprecabile, che, di questi tempi, favorisce la circolazione d’idee e di egoismi pericolosi. Grazie a loro, è stato sventato uno sfregio ai bambini la notte prima dell’inaugurazione della biblioteca digitale del Marconi attraverso la buona azione di chi poteva farla.

Già era avvenuto da parte di altri in circostanze di minore gravità. È un nuovo senso alto di comunità che emerge e che si afferma oltre il calcolo dell’interesse personale. Alla cattiva azione di qualcuno rimedierà la buona azione di qualcun altro: la comunità andrà avanti, con buona volontà, oltre le recriminazioni e i rancori.

È importante che una famiglia come i Cassano leghi il suo nome a questa tendenza: fa proselitismo in quel popolo diffidente, ma dal cuore grande, dal quale provengono. La loro storia è un ossimoro tutto martinese: avvalersi della globalizzazione per costruire la propria fortuna, ma avere forti radici popolari non intaccate dall’orizzonte internazionale nel quale si muovono. La nuova generazione, che sopporta fatiche e dolori diversi dai padri, lascia ben sperare che non venga meno la continuità con il passato e il presente.

Cinque anni fa Anna e Daniela Cassano vollero ricordare il padre, attraverso la fondazione che ne porta il nome, organizzando una manifestazione estiva di successo: L’apprendista stagnino, prima occupazione di Lino Cassano da ragazzino. Furono recuperati gli antichi mestieri e tutto un contesto tradizionale che richiamava la Martina d’un tempo.

Sarebbe una buona idea, anche da parte dell’Amministrazione comunale,  riprendere quell’evento. Resta valido per il senso di comunità che può ispirare, oltre che per la cultura popolare vera di cui potrebbe essere nuovamente portatore. Insieme ai computer, servono i giochi all’aria aperta e la conoscenza delle tradizioni per formare cittadini liberi. E bambini a cui sia data la possibilità di crescere avendo un cuore buono, ma senza la durezza dell’infanzia dei fratelli Cassano.

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