cronache martinesi

Direttore Pietro Andrea Annicelli

Riccardo Bertoncelli a Martina Franca

di Pietro Andrea Annicelli

19/10/2019 Editoriale

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Riccardo Bertoncelli a Martina Franca

 

Riccardo Bertoncelli è tornato per una serie d'incontri sulla cultura rock organizzati dalla Fondazione Paolo Grassi, come accade ormai da anni. Questa volta il tema ha riguardato l'arte per tutti, slogan di Paolo Grassi nel centenario della nascita.

Bertoncelli è probabilmente la figura più rappresentativa tra i critici del settore non soltanto storicamente, ma per la versatilità ironica, colta e immaginifica della sua penna. Opinione personale: per conoscenza e stile, lui sta al rock come il compianto Gianni Brera stava al calcio. Giusto per capirci.

Sono stato l'anello di congiunzione di questo legame tra Bertoncelli e la Fondazione. E mi piace raccontare com'è successo perché si tratta, in un'epoca di scarsa permeabilità generazionale, d'una piacevole storia di trasmissione e di restituzione di saperi e di sentimenti considerandone il valore.

Ho detestato gli anni Ottanta in cui sono stato adolescente. Smisi di andare alle feste scolastiche, autoemarginandomi, perché trovavo sbagliato, per dirne una, non mettere splendidi dischi considerati vecchi, come Saturday night fevera favore, ad esempio, della melodia banale d'un tipo indefinibile dal nome d'arte di Gazebo. Quando mio padre acquistò un impianto hi-fi semi professionale, i primi autori dei dischi che mi procurai non erano l'espressione mediocre dello spirito del tempo, come l'emergente Vasco Rossi, ma John Lennon, Lucio Battisti, Pino Daniele (grazie, Vincenzo Scrimieri, per avermelo fatto conoscere alle medie!), David Bowie, i Pink Floyd ... Prevalenza degli anni Sessanta e Settanta, insomma: di gran lunga più accessibili per la mia sensibilità, e oggettivamente preferibili per il connubio spontaneo e sperimentale tra arte e musica.

I pochi soldi di allora li spendevo in gran parte acquistando i dischi per corrispondenza, oltre a qualche pepita d'oro, trascurata da tutti, per la gioia di Elvino Miali che ce l'aveva sugli scaffali del suo negozio da ere geologiche, persuaso che non l'avrebbe venduta mai. Qualche volta li scambiavo con Pierpaolo Liuzzi, fan di Elton John e con il quale il punto d'incontro erano i Beatles. Leggevo Rockstar, soprattutto le narrazioni di album storici e misconosciuti che mi trasferivano la creatività sognante e dolorosa di gruppi, come i Soft Machine, che i miei coetanei non sapevano neppure chi fossero.

Una volta che andai a trovare Michele Marinò a Pisa, tornai portandomi un disco che aveva in copertina un cielo di nuvole rosa e rosso pompeiano che raffiguravano un tratto della Cappella Sistina dipinta da Michelangelo. Era d'un gruppo sconosciutissimo: Hatfield & The North. Grande fu lo stupore, quando l'ascoltai, nell'accorgermi che il cantante era Richard Sinclair. Se mi avessero detto che vent'anni dopo sarebbe venuto a vivere in un trullo a Martina e saremmo diventati amici, non ci avrei creduto.

Era pressoché inevitabile, per affinità elettiva, che m'imbattessi in Rino Carrieri e Agostino Convertino. RC mi prestò i dischi dei Jefferson Airplane più una coeva meraviglia del sound di San Francisco: Blows against the empire. Il famigerato Professor Gustavo Laquaglia, che se fosse stato un musicista sarebbe stato perfetto nelle Mothers of Inventions di Frank Zappa, mi prestò invece, insieme a un paio di dischi di Pat Metheny, un libro di Bertoncelli: Un sogno americano, storia della musica pop da Bob Dylan a Watergate, Arcana Editrice.

Si tratta, ma l'avrei scoperto anni dopo, del seguito di Pop story, il libro del 1973 che, aprendo ai giovani italiani gli orizzonti del pop e del rock, innescò l'onorata carriera bertoncelliana. A colpirmi fu un passaggio in cui RB seminava polvere di stelle sul primo disco solista d'un certo David Crosby: If I could only remember my name. Il suo entusiasmo affabulatorio mi suggestionò: qualche giorno dopo ordinai il disco ai leggendari Magazzini Nannucci di Bologna.

Da allora non ho smesso di ascoltarlo. Di migliaia, è il mio preferito. Nel 1998 mi portai dietro la copertina a Roma ad un concerto di Crosby. Lo raggiunsi nel retro palco e gliela diedi da autografare dicendogli che era il disco più bello che avessi mai ascoltato. E lui, che in quel disco ci aveva messo tutti i suoi primi trent'anni, si commosse.

Qualche anno dopo conducevo su Punto Radio una trasmissione, Woodstock vivendo cantando, dove proponevo la musica che mi piaceva. Volli fare ascoltare If I could only remember my name, raccontato però da Bertoncelli. Riuscii a intervistarlo telefonicamente chiamandolo a Novara, la sua città. E lui, cortese e disponibile, spiegò bene quell'album leggendario, suscitando la curiosità di parecchi ragazzi che, come me alla loro età, ebbero l'opportunità di scoprire Crosby grazie a Bertoncelli.

Da cosa nasce cosa. La Fondazione, un po' di anni fa, intensificò la diversificazione delle attività culturale rispetto alle specificità del Festival della Valle d'Itria. Rino mi chiese se avevo ancora il numero di RB perché voleva farlo venire a Martina a tenere un seminario sulla cultura rock. Riccardo, che è docente d'un corso di Teoria e tecnica dell'editoria musicale nel contesto d'un master universitario della facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università Cattolica di Milano, accettò di buon grado. E da allora ci ha preso gusto, avendo peraltro trovato in Rino e Agostino dei degni compari.

Tutto è bene quel che finisce bene e c'è perfino un risvolto morale all'intera faccenda. Un sogno americano, infatti, è tornato ... al legittimo proprietario: Rino Carrieri, ripetutamente espropriato, nei lontani anni giovanili, da amici a cui aveva incautamente prestato libri e dischi. La presenza reiterata di Bertoncelli a Martina pare abbia suscitato un entusiasmo che ha portato più di qualcuno a esibire reliquie musicali di cui RC ha potuto rivendicare agevolmente la proprietà, ritornandone in possesso quando ormai s'era dimenticato pure che esistessero.

L'aspetto migliore, però, è la trasmissione di valori culturali che si trasformano in energia positiva che torna in circolo. Questo processo benefico può fare da argine, come è avvenuto per me da ragazzo, all'ignoranza attiva che ci vuole imporre la mediocrità e la banalità soffocando gli autentici fermenti culturali che i giovani più sensibili, anche negli attuali tempi incerti, cercano di affermare. Long live rock!

 

Nella foto, Agostino Convertino e Riccardo Bertoncelli.

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