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Giuseppe Caroli: un'epoca nella memoria

di Pietro Andrea Annicelli

24/01/2026 Società

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Giuseppe Caroli: un'epoca nella memoria

 

Il 21 gennaio la Camera dei Deputati ha commemorato ufficialmente Giuseppe Caroli, deputato nella Democrazia Cristiana dal 1968 al 1994, sottosegretario di Stato con deleghe alla Difesa, alle Finanze e alla Marina mercantile quasi ininterrottamente tra il 1976 e il 1986, a lungo referente in Puglia della corrente di Giulio Andreotti. Si tratta d’un importante e dovuto riconoscimento a una personalità a tratti determinante nella politica nazionale, ma anche per la Puglia e il territorio di Taranto nel periodo di maggiore intervento dello Stato in economia, in particolare con la siderurgia pubblica. Sollecitata dai deputati Mauro D’Attis e Vito De Palma di Forza Italia, la commemorazione è stata voluta all’unanimità dalla conferenza dei capigruppo di tutti i partiti rappresentati a Montecitorio.

  

Era sopravvissuto al suo tempo e al suo mondo, Giuseppe Caroli, che il 4 dicembre scorso ha chiuso gli occhi per sempre a due giorni dal suo novantaquattresimo genetliaco. La malattia, che rende somiglianti tutti di fronte alla sofferenza, lo aveva progressivamente distaccato da una realtà, gli anni da onorevole, che gli storici del domani identificheranno forse come un’epoca propizia rispetto alle ombre fosche del presente che si proiettano nel futuro.

All’apice della sua influenza, suggestionati forse dagli affreschi liberty del palazzo di famiglia in via Giannone, nel centro storico di Martina, che serviva da dimora, da rappresentanza, da segreteria e da comitato elettorale, e dall’austera imponenza rustica e bucolica della masseria in Contrada Bradamonte dove accoglieva le personalità compreso Sandro Pertini, in visita a Martina Franca da Presidente della Repubblica, i maldicenti lo associavano, Caroli, nientemeno che al Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. L’analogia, se mai ci fosse, è forse solo in una frase del Principe di Salina che però non riguarda lui, ma qualche ambizioso successore: «Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra».

Mi è venuta in mente irresistibilmente, nei giorni subito dopo la sua morte, ascoltando certe ipocrisie autoreferenziali che volevano essere commemorazioni. Per fortuna, al termine delle esequie a San Martino e dell’addìo intenso, commovente, di Mario Caroli, ha rimesso le cose a posto Franco Palazzo con semplicità e buon senso. L’ex sindaco, del resto, poteva e può rivendicare con orgoglio l’appartenenza democristiana e l’amicizia schietta, fino all’ultimo, con l’antico leader. A differenza di chi al massimo, a suo tempo, saltava e batteva le mani al termine dei comizi strillando sotto il palco: «Semp’ semp’ don Pinuccio!».

 

I CAROLI

Don Pinuccio, come affettuosamente lo chiamavano tutti, deve aver fatto qualcosa di particolarmente buono nella vita, al di là del ruolo pubblico e del potere che ne conseguiva, per ricevere incondizionatamente l’abbraccio e la cura della sua bella famiglia in questi ultimi suoi anni in cui non doveva più essere né dare, ma in cui valeva solo l’amore degli amati: l’affezionata moglie Adelina, pittrice di grande sensibilità, i figli Marcella, donna di rara e umile intelligenza, Giovanni detto Giovannino, apprezzato magistrato a Taranto, e appunto Mario, ultimogenito battezzato da Giulio Andreotti che ha tentato l’ascesa in politica senza poter contare sullo scudo (crociato) spaziale rappresentato dalla Democrazia Cristiana dei bei tempi e da un politico nazionale di riferimento con le qualità uniche del suo padrino (nella foto in alto, i novant’anni di Giuseppe Caroli il 6 dicembre 2020).

Persone d’una signorilità spontanea nella loro semplicità di borghesia agraria e professionale, i Caroli. Indipendenti e occasionalmente distaccati, ma con buon cuore e, soprattutto, il senso del servizio verso la comunità di appartenenza. È comprensibile che il popolino, soprattutto quello d’una volta invecchiato insieme all’onorevole, li vedesse quasi come i sovrani d’un reame immaginario in cui la democrazia (cristiana) consisteva nel rapporto diretto con l’onorevole. Don Pinuccio, il lavoro. Don Pinuccio, la bottega. Don Pinuccio, il militare. Don Pinuccio, la promozione. Nei giorni in cui Caroli era a Martina Franca, di solito i fine settimana, la casa di via Giannone era un continuo brulicare di clientes. E l’onorevole poteva: altro che se poteva! Mi è stato raccontato di uno che, più o meno cinquant’anni fa, fu scovato in un campeggio in Francia, e le comunicazioni non erano istantanee come adesso, mandato a chiamare e portato a fare un concorso per un singolo posto all’Arsenale di Taranto: il suo. Checco Zalone aveva ragione: la Prima Repubblica non si scorda mai.

Per quanto sicuramente privilegiato rispetto ad altri dalla sua estrazione sociale, Giuseppe Caroli non ha avuto una vita indolore. Settimo di nove figli d’una famiglia preminente ma complicata, perde la madre a diciotto anni. S’interessa di politica, che interpreta nel senso nobile di arte della mediazione, già ai tempi del liceo. Martina Franca è un’importante realtà agricola: è al di là da venire il terziario avanzato di quella fase che Lorenzo Castellana, direttore del periodico locale di area cattolica Giorno per Giorno, chiamerà in un suo libro, esagerando, rivoluzione borghese. Nel 1956, su invito di Alberico Motolese, Caroli si candida e viene eletto consigliere comunale, dedicandosi anima e corpo ai problemi di agricoltori, artigiani, commercianti. Lo sorregge un talento per la comunicazione, a tratti affabulatoria, che presto renderà familiari, e indimenticabili, il tono di voce acuto e il repertorio d’una gestualità percepita come spontanea anche quando, ispirata alla retorica forense, avrebbe voluto essere teatrale.

Per quasi quindici anni, anche da assessore e da vicesindaco, si spende per la comunità martinese e, attraverso incarichi di partito fino alla vice segreteria provinciale, per quella ionica. La figura segaligna, l’ottimismo contagioso, fanno breccia nel carattere disincantato dei martinesi e in quello più bonario dei tarantini (nelle foto in basso, un giovane Giuseppe Caroli e a un comizio del tempo con accanto un giovanissimo Marcello Cantore).

  

L’ONOREVOLE

La svolta, inattesa, arriva nel 1968. Mariano Rumor, segretario nazionale della Democrazia Cristiana, gli offre la possibilità di candidarsi alla Camera nel collegio di Taranto-Brindisi-Lecce. Contestualmente, al Senato la Democrazia Cristiana candida Giulio Orlando, più anziano di lui di cinque anni e capo della segreteria politica di Rumor, che beneficia del diniego alla candidatura senatoriale del cugino Paolo Grassi nel Partito Socialista Italiano. Un po’ a sorpresa Caroli, che all’epoca ha trentasei anni, il 20 maggio diviene per la prima volta deputato. Siederà a Montecitorio per sette legislature, facendosi valere nelle commissioni Difesa, Giustizia, Interni, Igiene e Sanità pubblica, Affari Costituzionali, Industria e Commercio, Agricoltura e Foreste, Bilancio e Partecipazioni Statali. Sarà firmatario e co-firmatario di circa trecento progetti di legge tra cui l’elezione diretta del sindaco, l’abolizione della pena di morte nel Codice penale militare di guerra, la gestione d’un acquedotto sottomarino tra l’Italia e l’Albania.

Sono anni frenetici e di grande trasformazione. A Martina Franca, insieme al fratello Antonio più giovane di tre anni, Pinuccio prepara le condizioni per la fine della monarchia di Alberico Motolese. Il nuovo sindaco, fino al 1987 quando la Democrazia Cristiana perde in Consiglio comunale la maggioranza assoluta che deteneva dall’inizio della Repubblica, è Franco Punzi, con Antonio Caroli vigoroso vicesindaco. Nel 1975 Pinuccio contribuisce in maniera determinante a concretizzare la straordinaria intuizione del fratello Alessandro, più anziano di quattro anni, di realizzare a Martina una manifestazione di belcanto lirico: è il Festival della Valle d’Itria. Gli investimenti pubblici, che in quegli anni giungono cospicui a Taranto per il raddoppio del siderurgico, il trasferimento dell’area navale dal Mar Piccolo al Mar Grande, l’Arsenale militare, moltiplicano i posti di lavoro e le commesse. Nel ’79, con 108.629 preferenze, Giuseppe Caroli è tra i deputati più suffragati d’Italia.

Nel frattempo era passato dalla corrente dorotea della Democrazia Cristiana a quella di Andreotti che, nel ’76, lo nomina per la prima volta sottosegretario con delega alla Difesa nel terzo dei suoi sette governi. Farà il sottosegretario per quasi dieci anni, Caroli: ancora nel quarto e nel sesto Governo Andreotti, nel Governo Forlani, nel quinto Governo Fanfani, nel primo Craxi, con interruzioni per il quinto Governo Andreotti, i due Governi Cossiga e i due Governi Spadolini. Affronta questioni delicate. È il primo esponente di spicco d’un governo italiano a incontrare un pari grado libico dopo la cacciata degli italiani nel 1970 in seguito al colpo di stato che porta al potere Muhammar Gheddafi. Tratta importanti approvvigionamenti energetici. Questioni sensibili che passano dalle sue mani riguardano l’energia, la difesa, la politica estera. Rappresenta l’Italia a Parigi e a Bruxelles, ma anche a Washington incontrando il segretario di Stato americano George Schultz. Finisce nel mirino dell’organizzazione terroristica Prima Linea, che in una rapina per autofinanziarsi uccide a Martina Franca, nel 1980, il carabiniere Antonio Chionna.

Il suo nome risulta in un elenco di persone da rapire rinvenuto in un covo di Prima linea nell’area ionica. Finisce per diversi anni sotto scorta. Mario mi perdonerà se rendo pubblica una parte d’un suo post su Facebook: «Fino ai miei vent’anni eri il padre che potevo godermi solo in viaggio durante le vacanze. Per gli altri eri don Pinuccio, l’onorevole, il luogotenente di Andreotti. Non c’eri molto ma quando c’eri era bellissimo: dolce, premuroso, rassicurante. Quando, piccolino, ti vedevo scortato da quell’Alfetta bianca, blindata, con quegli uomini con i mitra, tutto mi sembrava normale, faceva parte del tuo lavoro. Poi seppi delle minacce, che Prima Linea ti voleva morto e la mamma, a casa, terrorizzata, ogni sera chiedeva se saresti rientrato» (nella foto in basso: il battesimo di Mario Caroli con Giulio Andreotti come padrino).

 

IL DECLINO DELLA DEMOCRAZIA CRISTIANA

La Martina Franca degli anni Settanta era una città protetta il cui ambiente sociale relativamente chiuso aveva assorbito decine di famiglie che le possibilità di lavoro nel siderurgico di Taranto avevano fatto trasferire fiduciose da Napoli, Genova e altre realtà. L’industrializzazione del Mezzogiorno, di cui l’Italsider era l’espressione massima, non era ancora stata resa impraticabile dagli shock petroliferi e dall’incremento abnorme del costo dell’energia.

L’alleanza tra la nuova classe politica della Democrazia Cristiana e l’imprenditoria in particolare edile, nella fattispecie tra le cooperative per l’edilizia popolare rappresentate dal sindaco Punzi e gli imprenditori che avevano in Antonio Caroli il loro referente politico, fu per anni una chiave del successo dei carolingi, come piacque denominarsi ai sostenitori dei Caroli. Antonio a Martina, Pinuccio a Roma, erano un binomio inscindibile. Fu l’epoca in cui i politici democristiani martinesi, di casa nel capoluogo ionico grazie anche all’arcivescovo Guglielmo Motolese, ebbero nei processi decisionali del territorio un’influenza talvolta superiore agli stessi politici tarantini.

Giuseppe Caroli fu a lungo il perno di mediazioni politiche inerenti le commesse pubbliche, la domanda e l’offerta di posti di lavoro, le aspirazioni dei nuovi ceti emergenti, gli interessi dell’imprenditoria privata e del sistema creditizio. Gli avversari parlavano di sistema clientelare. I sostenitori, di democrazia della domanda e dell’offerta. Una cosa è certa: in via Giannone e in Contrada Bradamonte non ci andava gente costretta, ma che di solito andava via riconoscente. Lucio Montanaro, con una delle sue iperboli immaginifiche, una volta se ne uscì, esagerando: «Pinuccio ha sistemato i figli di tutta Martina: sistemerà anche i nipoti e i nipoti dei nipoti».

Il declino non fu esogeno ma endogeno alla Democrazia Cristiana. Iniziò, paradossalmente, nel momento di massimo successo a Martina: le elezioni comunali del 1980 in cui lo scudocrociato elesse trentuno consiglieri su quaranta seggi. L’accrescersi degli interessi e degli appetiti fece venire meno le ragioni dello stare insieme che, nella vicenda italiana, avevano caratterizzato l’identità della Dc partito Stato ereditata dal Fascismo e stabilizzata dalla democrazia bloccata dalla presenza del Partito Comunista più forte (e sovvenzionato da Mosca) dell’Occidente. Ma a Martina il Pci non aveva nulla di sovversivo bensì le facce, intorno al segretario Francesco Semeraro che veniva da famiglia agraria, di quei giovani laureati che stavano costituendo un blocco sociale minoritario, ma capace di rappresentare un’alternativa all’ortodossia democristiana. 

Dentro la Dc i carolingi, a torto o a ragione, furono identificati come la componente da scalzare. Contribuì molto la serrata campagna d’opinione sulle questioni urbanistiche, in particolare speculazioni e irregolarità, condotta con determinazione non soltanto dal Pci in Consiglio comunale, ma anche da ambienti della società civile come l’associazione forense Mario Greco. Fu discussa l’attività dei pretori, accusati d’essere legati alla Dc e in particolare alla corrente carolingia. Alcune critiche investirono la Procura della Repubblica di Taranto, a cui si rimproverava la disattenzione alle denunce per presunti abusi edilizi.

Decisiva risultò l’alleanza tra un battagliero senatore comunista sui generis di provenienza socialista, Vito Consoli, eletto grazie anche a voti democristiani in funzione anti carolingia, e un ex collaboratore dello stesso Caroli, Michele Ruggieri, che aveva consolidato intorno a sé un consenso democristiano antagonista. Dalla loro intesa che si estese al governo della Provincia ionica (all’epoca ente elettivo, non come adesso che è ostaggio d’una politica sempre più distante dai cittadini) scaturirono l’esclusione dei carolingi dalla lista della Dc per le comunali anticipate. Nel giugno ’87 il nuovo Consiglio comunale nominò un’Amministrazione eretica scaturita dall’alleanza tra i comunisti di Consoli e i democristiani vicini a Giulio Orlando e al deputato tarantino Domenico Maria Amalfitano (nella prima foto in basso: Giuseppe Caroli in un evento pubblico: accanto, verso sinistra, l’allora sindaco Franco Punzi, il futuro assessore regionale Antonuccio Silvestri, il futuro sindaco Franco Palazzo. Nella seconda: Caroli con Giulio Andreotti, di spalle).

 

LA SIRIAN CONNECTION 

Nel frattempo Giuseppe Caroli subiva ingiustamente le conseguenze di un’inchiesta giudiziaria internazionale, denominata Sirian Connection, che riguardava un traffico di droga dalla Siria. Un pregiudicato finì in carcere e Caroli, che lo conosceva, fu indagato perché aveva scritto una lettera di raccomandazione ad autorità siriane affinché egli si recasse in Siria a costruire un pastificio. Ciò attraverso un’associazione di amicizia tra l’Italia e la Siria.

La vicenda, esplosa mediaticamente ad aprile, mise a rischio la sua ricandidatura alla Camera per le politiche di giugno. Alla fine fu possibile perché la magistratura di Lecce trasmise al Parlamento degli atti giudiziari che lo scagionavano. Caroli stesso, derogando al motto laissez dire scritto nella tomba di famiglia a sottintendere la noncuranza per le maldicenze, fece diffondere un volantino dove ricostruiva l’accaduto precisando: non ho dato al pregiudicato la lettera di raccomandazione, ma è stata inoltrata dall’associazione di amicizia Italia-Siria direttamente al governo siriano. Come a dire: che colpa ho se mi si chiede d’intercedere per andare a costruire un pastificio in Siria e invece, stando all’accusa, si traffica droga?

A quel punto la campagna di delegittimazione si sposta su un altro terreno: la rapidità inconsueta con cui la magistratura lo aveva scagionato rispetto ai tempi biblici che di solito riguardavano le istruttorie per i cittadini comuni. Il Pci, con Massimo D’Alema, in campagna elettorale è durissimo: giustizia a misura di onorevole. I radicali mandano a Martina Enzo Tortora che, tornato a fare Portobello a febbraio dopo essere stato definitivamente scagionato dall’accusa infamante che lo aveva travolto, è altrettanto severo. II Consiglio Superiore della Magistratura, esaminando in un più ampio contesto di rapporti tra la Procura della Repubblica di Taranto e il potere politico anche la celerità con cui Caroli era stato prosciolto dopo essere stato indagato, delibera, nel 1988, il trasferimento del procuratore e di due giudici.

Nessuno fa il ragionamento garantista: se Giuseppe Caroli fosse stato escluso dalla competizione elettorale per un’accusa ingiusta, il danno non sarebbe stato ben più grave d’un indimostrato favoritismo nella rapidità con cui la magistratura aveva verificato la sua estraneità ad accuse infamanti? Ma ormai il danno è fatto. Nelle elezioni politiche del 14 e del 15 giugno 1987 il deputato riduce sensibilmente i consensi e risulta secondo dei non eletti della Democrazia Cristiana nel collegio di Taranto-Brindisi-Lecce. Pochissimi voti lo separano dall’ultimo degli eletti, Salvatore Meleleo, e dal primo dei non eletti, Luigi Memmi: 61.603 voti Meleleo, 61.213 voti Memmi, 61.180 voti Caroli. Sono quindi 423 e 33 voti in meno rispetto ai due che lo precedono.

Lui non ci sta e fa ricorso. La verifica richiede tempo. Il 20 marzo 1991 la Giunta delle Elezioni della Camera conclude formalmente il procedimento. La rilettura delle schede rileva che a Caroli non soltanto erano state sottratte erroneamente molte preferenze, ma che, una volta ricalcolate, egli risulta non soltanto eletto, ma con un distacco ampio rispetto a Meleleo.

Il giorno dopo, la stessa Giunta prende atto delle dimissioni del deputato Nicola Quarta per incompatibilità con la presidenza dell’Aero Trasporti Italia (Ati), compagnia sussidiaria dell’Alitalia e controllata dallo Stato attraverso l’Iri. Caroli rientra nella Camera di diritto come ultimo degli eletti nell’87. Meleleo, retrocesso a primo dei non eletti, vi resta prendendo il posto di Quarta in quello che ha tutta l’aria d’un astuto escamotage per evitare, nell’ultimo anno di legislatura, che eventuali ricorsi avvelenino i rapporti nella Democrazia Cristiana. 

 

IL LUNGO ADDIO

La X Legislatura si conclude nell’aprile 1992. Caroli ritorna alla Camera, terzo degli eletti nella circoscrizione con 32.562 consensi, nelle elezioni del 5 e del 6 aprile di quell’anno. Nonostante dimezzi i voti rispetto all’87, è un risultato migliore che ribadisce la sua popolarità e la sua forza elettorale. L’anno prima il referendum voluto da Mario Segni porta a eliminare le preferenze plurime a favore di quella unica: è la ragione del dato. Nel concreto, Caroli si riconferma il politico di riferimento a Taranto e a Martina (nella foto in alto: durante un comizio con alcuni dei principali referenti democristiani dell’epoca e alcuni giovani tra cui, con la testa cerchiata di giallo, l’attuale assessore regionale Donato Pentassuglia e l’ex sindaco Leonardo Conserva).

Quella legislatura durerà due anni perché nel 1994, in seguito alle inchieste di Tangentopoli, si sciolgono i partiti della Prima Repubblica. Il 16 gennaio lo fa la Democrazia Cristiana. Nelle elezioni del 27 e del 28 marzo Silvio Berlusconi, per il neo costituito Polo del Buongoverno, all’ipotesi d’una ricandidatura di Pinuccio al Senato gli preferisce il cugino Pasquale, celebre penalista. Caroli, che ha sessantadue anni, decide di giocarsela comunque e nel collegio uninominale di Martina Franca si candida al Senato con il ricostituito Patto per l’Italia in quota al Partito Popolare (Ppi).

Si vota per la prima volta con il Mattarellum, sistema misto (75% dei seggi assegnati in collegi uninominali con voto maggioritario, 25% con recupero proporzionale per tutelare le minoranze) alternativo al proporzionale. Per poter competere nei collegi uninominali, si ricorre alle aggregazioni di forze politiche in coalizioni. La scelta centrista penalizza Caroli che comunque cadrà in piedi: terzo e non eletto con 19.349 consensi (16,23%) dopo i candidati del Centrodestra e del Centrosinistra. Toglie voti, però, a Pasquale Caroli nel collegio confinante di Manduria. Il penalista non sarà eletto per circa millequattrocento voti che avrebbe probabilmente recuperato se il cugino non fosse stato candidato.

Pragmatico, abile mediatore, don Pinuccio sapeva essere, all’occorrenza, un politico audace. «Sembra il cavallo degli scacchi» disse una volta Agostino Quero sottintendendo la caratteristica unica di questo pezzo capace di saltare pezzi amici e avversari. Dopo le elezioni, consapevole che la scelta centrista non aveva futuro in un panorama politico scisso nell’attuale bipolarismo fasullo (dopo trent’anni, si può dire senza temere smentita), Caroli lascia il Ppi e aderisce al Centro Cristiano Democratico (Ccd) di Pierferdinando Casini e Marco Follini. Ne diviene componente della direzione e del consiglio nazionale, oltre che figura di riferimento in Puglia. Quando il Ccd termina il suo percorso, nel 2002, aderisce a Forza Italia. Il suo ultimo incarico, l’anno dopo a settantun anni, è responsabile degli enti locali in Puglia. In questa veste gestisce i rapporti con gli amministratori locali e le strategie territoriali di Forza Italia. L’ultima partecipazione a una campagna elettorale avviene nel 2017, al fianco del figlio Mario, sostenendo Pino Pulito candidato sindaco di Martina.

  

«FARÒ POLITICA FINCHÉ VIVRÒ»

A Giuseppe Caroli (nelle foto in alto: negli anni Settanta e nel 2017, in primo piano, con il fratello Alessandro e la nipote Elisabetta) non riesce, nel 1998, l’uscita di scena in bellezza. Alle comunali ottiene la candidatura, a sessantasei anni, come sindaco della sua città. Si tratta di chiudere il cerchio della sua esperienza come amministratore comunale dopo che, trent’anni prima, aveva lasciato l’incarico di vice sindaco per la Camera dei Deputati.

Ruggini e vecchi rancori dividono il Centrodestra. Da una parte Forza Italia, Alleanza Nazionale e il Ccd candidano Caroli. Dall’altra il Cdu e la lista civica Patto per Martina, espressione dell’Unione Democratica per la Repubblica di Francesco Cossiga che ha per referente Pasquale Caroli, candidano Marcello Cantore, presidente della Provincia a Taranto. Al ballottaggio vanno Don Pinuccio e il candidato sindaco del Centrosinistra, Bruno Semeraro. Quest’ultimo vince grazie a un accordo di programma con Cantore e Pasquale Caroli: il penalista, così, pareggia i conti con il cugino per la mancata elezione di quattro anni prima.

La nostra è un’epoca di degenerazione della politica in cui le figure istituzionali che dovrebbero risultare più vicine ai cittadini risultano spesso elette con un consenso risibile rispetto al passato. L’assenteismo alle urne rappresenta, di fatto, il primo partito, che è anche quello che si autoesclude da un gioco elettorale truccato dalla subalternità della politica allo strapotere della finanza. Diventa poco comprensibile il legame stretto, oltre l’appartenenza ideologica, che durante la Prima Repubblica legava molti cittadini elettori ai loro politici di riferimento. Quegli stessi politici, più che meri portatori d’interessi o affaristi in proprio come avviene oggi, erano (anche) referenti autentici di gruppi sociali all’interno di strutture, i partiti, il cui scopo finale non era la sola gestione del potere, ma anche organizzare la società favorendo l’integrazione tra i gruppi sociali.

Giuseppe Caroli fu pragmatico nel comprendere il ruolo d’un parlamentare del suo livello in una realtà come quella ionica: trattare dagli affari internazionali, compresi con ogni probabilità i segreti di Stato di natura militare e industriale, fino al collocamento ordinario dei richiedenti. Clientelismo? Si, e volentieri. Ma anche l’attuazione dell’articolo 3 della Costituzione: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Né va trascurato che furono molti i richiedenti più o meno di sinistra che don Pinuccio riuscì a sistemare come faceva con quelli di tutt’altro orientamento politico.

Aderendo al Ccd, Caroli scelse di traghettare i valori del cattolicesimo democratico verso la coalizione di Silvio Berlusconi. Era l’epoca in cui Forza Italia, messa in piedi da Marcello Dell’Utri servendosi della rete nazionale di Publitalia, la concessionaria pubblicitaria della Fininvest, era il partito di plastica delineato dallo storico Ernesto Galli dalla Loggia. Cioè senza radici e valori, nato a tavolino secondo un’idea soprattutto mediatica della politica. I veterani della Prima Repubblica, da Giuseppe Tatarella allo stesso Caroli, servirono quindi in quegli anni a far conoscere, per gli obiettivi di gestione del potere, non tanto indirizzi ideologici, quanto un metodo di relazione con le istituzioni e l’elettorato nell’interesse del Paese. In questo senso va anche interpretata l’esclamazione di Caroli quando non fu eletto sindaco: «Farò politica finché vivrò». Non era ostinato egoismo, ma la consapevolezza di avere tanto da trasmettere grazie alla risorsa dell’esperienza, cioè una delle poche cose per le quali valga la pena diventare vecchi.

Perciò don Pinuccio ha continuato a fare politica, con generosità e spirito di servizio, anche da semplice militante, finché il sopravanzare della malattia non gliel’ha impedito. È difficile oggi dire che cosa resti, tanto o poco, d’una storia che sicuramente, allo stato attuale, non trova una particolare corrispondenza, almeno a Martina Franca, in una classe politica che è diretta emanazione d’un opportunismo dove le appartenenze paiono contare poco rispetto agli interessi, soprattutto personali. Resta però importante che a livello nazionale politici di nuova generazione, i deputati D’Attis e De Palma, abbiano voluto celebrare la figura di Giuseppe Caroli. E abbiano voluto farlo nel luogo, la Camera dei Deputati, dove, con costanza, applicazione, sagacia, egli ha svolto per tanti anni il difficile mestiere della politica.

Ci vorrà del tempo, ma le cose andranno sempre dove dovranno andare. Per scelta, per destino, per ricerca del senso.

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Pietro Andrea Annicelli