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Marcello Cantore: «Forza Italia, Tamburrano, Nessa e la politica che č passione»

di Redazione

25/03/2019 Politica

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Marcello Cantore: «Forza Italia, Tamburrano, Nessa e la politica che č passione»

 

«Da un punto di vista umano, al di là delle posizioni politiche, mi dispiace molto. Non c'è nulla di politico in questa vicenda, che lascia anzi una profonda tristezza benchè io sia sempre garantista fino all'esito di eventuali processi». Marcello Cantore, presidente della Provincia di Taranto dal 1994 al '99, leader di Forza Italia a Martina Franca e a Taranto nei primi anni di consolidamento dei berlusconiani, è anche la persona che forse più di chiunque può valutare le conseguenze politiche dell'arresto, due settimane fa, dell'ex presidente della Provincia, Martino Tamburrano. Situazione che ha chiuso un capitolo nella storia di Forza Italia. Lasciando la sensazione che possa essere l'ultimo.

C'è un dato politico su Forza Italia che si può trarre dal caso Tamburrano?
«La tristezza che provo è per una grande occasione perduta: rispetto a questo c'è tutto il mio rammarico. Ovviamente non intendo dire una parola sulla vicenda in sé perché è la magistratura che si dovrà pronunciare. Sicuramente, però, il dato politico su Forza Italia è che sembra definitivamente venuta meno quella grande speranza che c'era stata nel passaggio tra la Prima e la Seconda Repubblica. Mi riferisco alla possibilità d'una politica rigenerata in cui anche la moralità e la legalità rappresentassero dei capisaldi nella gestione dei beni pubblici. L'impressione è che da tempo siamo ricaduti nella spirale della malversazione. E non mi riferisco, naturalmente, al caso Tamburrano, che è recente, ma alla cronaca nazionale anche degli anni scorsi».

"Non è colpa mia se a Martina e a Taranto ho dovuto fare il partito con gente come Lino Nessa": è la battuta che ti è attribuita sul mancato impegno della borghesia martinese e tarantina quando fu costituita Forza Italia, con la conseguenza di non poter disporre di personale politico di prim'ordine.
«Su Lino Nessa stendo un velo pietoso. Lui ha incidentalmente svolto un ruolo parlamentare non lasciando tracce se non negative. lnsieme ad altri ha distrutto un progetto politico che, in provincia di Taranto, era riuscito a conseguire intorno al 40% dei consensi: non lo dico io, ma i fatti. E Raffaele Fitto ha fatto altrettanto a livello regionale. Forza Italia, purtroppo, ha perso via via la capacità di rappresentare un progetto politico di rinnovamento anche perché la selezione della classe dirigente, grazie in particolare alle modifiche alla legge elettorale, non è stata fatta considerando la qualità e l'autonomia degli uomini. Si è voluto invece privilegiare la rendita di posizione dei capetti di fazione, e l'ubbidienza ai capi, piuttosto che la capacità delle persone. L'esito ultimo è stato il parlamentare che non dà conto al territorio, ma è funzionale a mere logiche verticistiche».

Nel 1999, a poche settimane dal termine del mandato, il Centrodestra in Consiglio provinciale ti sfiduciò da presidente. Non c'erano divergenze di natura amministrativa: fu sostanzialmente una vendetta politica, forse per il tuo sostegno a Martina Franca al Centrosinistra in antagonismo al resto di Forza Italia. Fosti determinante per l'elezione a sindaco di Bruno Semeraro e te la fecero pagare. Emersero così i protagonisti della seconda fase di Forza Italia: Rossana Di Bello, poi sindaco di Taranto, Lino Nessa, Martino Tamburrano.
«Non credo che lo scioglimento del Consiglio provinciale votando contro il bilancio a due mesi dalla scadenza fu una ritorsione per l'appoggio a Bruno Semeraro. Fitto era stato favorevole a quell'operazione. Lui sapeva che il sostegno mio e del compianto Pasquale Caroli non avrebbe portato a un nostro ingresso nel Centrosinistra, ma ad un appoggio esterno di natura programmatica, come in effetti avvenne. Fitto, insieme ad altri, volle piuttosto delegittimarmi e mettermi in minoranza in Forza Italia. Ne presi atto e sostenni comunque Nicola Rana, che divenne presidente della Provincia anche grazie al mio sostegno e agli effetti positivi del mio operato. La riprova la si ebbe quando, nel 2009, Rana fu ricandidato contro l'uscente presidente Gianni Florido e perse nettamente».

All'epoca ti accusavano d'essere un accentratore.
«Intanto, se dovessi ritornare indietro, rifarei la stessa scelta di andare contro una concezione della gestione amministrativa che, dopo la mia esperienza, fu realmente chiusa dentro gruppi di natura verticistica: altro che Cantore assolutista! Da parte mia ci furono, anzi, ampie aperture in linea con quell'idea del Polo delle Libertà che avevo contribuito a costruire. Ciò risultava indispensabile per evitare che, diciamo così, s'incrostassero i rapporti. Faccio un esempio. Sulle concessioni pubbliche riguardanti il molo polisettoriale sostenevo che dovessero andare a più operatori. Il Comune e la Regione, sbagliando, optarono per la sola Evergreen. I fatti mi diedero ragione: avevo visto più in là. La mia idea era che non ci potesse essere condivisione politica se le scelte erano contrarie agli interessi pubblici: per questo mi sono fatto la fama di accentratore. Intanto Emilio Riva diceva: voglio parlare solo con Cantore perché non mi ha mai chiesto nulla. E se si considera tutto quello che è successo dopo la mia presidenza, il mio atteggiamento di distacco tra l'istituzione che rappresentavo, i privati e la politica è stata una maniera vincente di evitare commistioni che comportassero illegittimità e illegalità».

Che cosa è cambiato oggi?
«La politica ha perso qualità e potere. Sulla questione del siderurgico, ad esempio, è successo che siano state confiscate delle proprietà a un privato per aver violato le norme ambientali, ma il Governo nazionale ha affidato lo stabilimento a un altro privato con un decreto, palesemente anticostituzionale, in cui sostanzialmente dichiara possibile continuare a fare quello che Riva ha fatto per tanti anni. Su tutto questo, in particolare l'immunità penale concessa ai nuovi proprietari del siderurgico, la politica deve dare delle risposte. Perchè mi sembra evidente che, sulla gestione territoriale, lo Stato, ai vari livelli centrale e locale, ha dimostrato di non saper finora affrontare adeguatamente le gravi problematiche. Facco un altro esempio: la strada provinciale Martina-Alberobello. All'epoca stanziai dei fondi per il riammodernamento: parlo del 1999. Bene: i lavori sono iniziati l'anno scorso. Qualcuno mi deve spiegare come mai, nonostante i fondi disponibili, si sia intervenuti solo dopo vent'anni. Sulla concretezza della politica si verificavano le principali divergenze tra me e gli altri. Quando organizzai la conferenza unitaria permanente tra soggetti pubblici e privati, promuovendo la concertazione, si raggiunsero dei validi risultati. Non dimentichiamo che all'epoca la Provincia di Taranto fece approvare due patti territoriali dal Ministero del Bilancio. E credo che, da allora, non siano stati tanti i fondi che gli imprenditori del territorio hanno ricevuto dallo Stato per lo sviluppo. Insieme al Comune di Taranto aprimmo la sede distaccata dell'Università di Bari: convinsi il rettore, Aldo Cossu, a non portare i Beni culturali a Lecce. Le istituzioni seppero unirsi per promuovere il territorio. Che fine ha fatto tutto quel lavoro? Non mi sembra che i presidenti della Provincia venuti dopo di me si siano particolarmente segnalati per la capacità di far dialogare gli enti pubblici, i privati, l'università su obiettivi concreti».

Durante gli anni della tua presidenza Raffaele Fitto non era il leader del Centrodestra pugliese: era ancora in vita Punuccio Tatarella.
«Con Pinuccio c'era un rapporto di stima reciproca. Lui è stato più volte ospite a casa mia. Caratterialmente era uno che non te le mandava a dire. E a me andava bene perchè il suo carattere rispecchiava un po' il mio: la diplomazia che sfiora l'ipocrisia non mi piace. Tatarella non guardava tanto al colore politico dei suoi interlocutori ma alla possibilità di arrivare ai suoi obiettivi. Tutto era ricondotto alla capacità di essere utile alla Puglia, che lui ha amato in senso profondo lavorando sempre per il suo progresso economico e tecnologico».

Nessun rimpianto o desiderio di tornare a fare politica?
«No: sono in pace con me stesso. Non ho alcuna nostalgia d'un ritorno. A sessantatrè anni sono un uomo sereno, soddisfatto di come sono e di quello che faccio. Non si deve vivere di politica. Come diceva Tatarella, la politica è passione. E se ti passa la passione, non t'interessa più fare politica».

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