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Direttore Pietro Andrea Annicelli

La musica per i film immaginari di Michele Mariṇ

di Mark Aymondi

15/07/2020 I dischi

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La musica per i film immaginari di Michele Mariṇ

 

Songs for imaginary movies, pubblicato in primavera solo in streaming in piena pandemia finché non è stato possibile riaprire i negozi di dischi e rifornire Amazon eccetera, è l’ottavo album originale degli Strange Flowers dal 1993. Arriva a poco più di due anni dall’antologia doppia Best things are yet to come che, oltre a riassumere trent’anni di storia (il gruppo si è costituito nel 1987), vedeva la reunion del quartetto originale per incidere alcune canzoni. Gli Strani Fiori hanno poi avvicendato Maurizio Falciani con l’attuale batterista Valerio Bartolini, unico under quaranta tra cinquantenni: Michele Marinò, chitarra e voce, sempre presente dalla fondazione e motore creativo del gruppo. Alessandro Pardini, basso. Giovanni Bruno, chitarra solista.

Gli Strange Flowers, nonostante la buona volontà, non sono diventati ricchi e famosi, ma hanno un seguito piuttosto tenace e appassionato. Questo nuovo album, dopo il notevole Pearls at swine del 2015, però con tre componenti diversi su quattro, era molto atteso. E non ha tradito le aspettative.

Il disco è diverso dai precedenti né poteva essere altrimenti vista la line-up praticamente inedita. Mantiene però quell’identità stilistica e musicale che il gruppo ha saputo conquistarsi. C’è l’esordio su disco, oltre che di Bartolini, di Alessandro Pardini che ai tempi di Music for astronauts, il primo album, aveva già lasciato a Stefano Montefiori. La cosa che stupisce, più che la musica, è la potenza, la compattezza e la qualità: come se i quattro suonassero da sempre insieme.

Non tutto luccica come l’oro e non è oro tutto quel che luccica, ma nessuna canzone è un riempitivo. Tra il 7- dell’incipit caciarone e ossessivo di Song of the jungle e il 9+ di Blue, Jingle jangle in the outer space e Children of the drain, si stagliano immaginari film sonori, ipnotici e sghembi, che depositano a lungo residui di emozioni e sogni nel cuore e nella mente. Non manca il dejà-vu. Appare subito in copertina dove l’occhio multicolore, reminiscenza tra Hal 9000 e l’Occhio di Sauron passando per quello che fissa la scimmia e che incombe sul bambino nelle due copertine di Amused to death di Roger Waters, ci dice che gli Strani Fiori hanno lo sguardo lungo sul pop e sul rock: psichedelici e non. Perciò le loro canzoni rappresentano la naturale prosecuzione d’un passato nobile attraverso un personale linguaggio.

Quel passato diventa presente, intrecciandosi nel futuro senza l’angoscia dell’invecchiamento, in canzoni come Anymore, che avrebbe forse fatto parte del seguito di Music for astronauts se Marinò non se ne fosse andato nove anni in America. E Blue, registrata per la prima volta su un quattro piste e chitarra acustica a Boston alla fine dei Novanta. Infine B.B. runs, il cui autore è il direttore di questo giornale che, da ragazzo nelle estati degli anni Ottanta a Martina Franca, non sapendo suonare la chitarra e avendo, come Jim Morrison, tutto in mente il suo personale concerto, la cantava all’amico Michele che la trasmutava alla dodici corde.

La potenza quasi compulsiva del suono è in canzoni come Heal, Supermodel, Apocalypse, dove Bruno elabora tappeti sonori psycho (le «galassie che esplodono»: copyright Stefano Montefiori) senza scivolare nel banale o nel già sentito. La tradizione rock è nel garage di Stormy waters e nei bagliori rockabilly di Cure me. Non manca un classico del repertorio, il beat alla Kinks di Little pain. E Marinò riprende la dodici corde di B.B. runs nell’inno psichedelico The girl with the moon in his eyes.

Qualcuno ha detto che Songs for imaginary movies è il disco migliore degli Strange Flowers. Il discorso è ozioso, sebbene sia abbastanza evidente che, nella storia tortuosa del gruppo, si ponga tra i loro lavori epici: Ortoflorovivaistica, 2005, e il menzionato Pearls at swine. La cosa più importante, però, è un’altra: ascoltarne la musica e farla conoscere il più possibile. Dopo tutto, può valere anche per loro quello che disse una volta Lou Reed dei Velvet Underground: «Tutti i nostri dischi hanno venduto un milione di copie: ci sono voluti trent’anni».

La pensione può attendere (to be continued).

 

P.s. Songs for imaginary movies su lp ha undici canzoni: finisce con Jingle jangle in the outer space. Su cd ne ha tredici: le due in più sono, nell’ordine, Stormy waters e la formidabile Children of the drain.                 

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