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Settimio Stallone: «Per Pizzigallo lo studente era al centro dell’attività universitaria»

di Redazione

26/07/2018 Cultura

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Settimio Stallone: «Per Pizzigallo lo studente era al centro dell’attività universitaria»

 

Il professor Settimio Stallone, del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Federico II di Napoli, è stato tra i collaboratori di Teo Pizzigallo, prematuramente scomparso la settimana scorsa. Cronache Martinesi gli ha chiesto di raccontare il docente e lo storico. 

Qual è il suo ricordo del professor Pizzigallo?

«Il mio ricordo si sviluppa sostanzialmente in una duplice dimensione: quella dello studente, perché sono stato un suo allievo, e quella del collaboratore nel Dipartimento di Scienze Politiche, come poi sono diventato. Nonostante questo cambiamento di ruolo così radicale, ho sempre riscontrato nel professore una stessa linea di comportamento: la grande disponibilità e, insieme, la capacità di leggere le persone adattandosi a esse e incontrandone i bisogni. Sapeva essere, come docente, sempre a disposizione dei suoi allievi. Nell’ambiente universitario non accade spesso. Di solito, molti docenti peccano di autoreferenzialità».

«Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani». Don Milani: uno dei suoi maestri.

«Il professor Pizzigallo era particolarmente bravo nel mettere lo studente al centro dell’attività universitaria. E ad avere per tutti gli studenti lo stesso comportamento. Ciò senza pregiudicare la sua capacità di essere uno storico valente che indirizzava l'attività di ricerca in campi innovativi. Anche questo non è comune. Ci sono docenti che svolgono un’attività di ricerca di altissimo profilo, ma che trascurano il rapporto con gli studenti, e docenti che, per dedicarsi all’attività didattica, non riescono a perseguire un percorso di ricerca organico al valore della carriera accademica che potrebbero sviluppare. Il professor Pizzigallo era invece bravissimo in entrambe le attività. Peraltro, risultando svantaggiato dall’insegnare in una città in cui non abitava e che doveva raggiungere prendendo il treno da Roma. Nonostante ciò, era il primo a entrare in aula e l’ultimo a uscire». 

Parliamo della sua ricerca storica.

«Lui aveva individuato, attraverso un’attività che aveva intrapreso fin dagli anni Ottanta, un filone di ricerca molto interessante. Il professor Pizzigallo cercava di capire se, ed eventualmente come, la politica estera italiana potesse essere stata influenzata dalle necessità dell’apparato economico produttivo, in particolare per l’approvvigionamento energetico. Ciò non soltanto nell’Italia repubblicana, dove lo sviluppo degli anni Cinquanta determinò la particolare attenzione delle autorità governative verso le prospettive e le esigenze dell’apparato produttivo, ma anche nel periodo tra le due guerre mondiali. Trattandosi di ambiti di politica estera trascurati fino ad allora, soprattutto per quanto aveva riguardato il profilo economico ed energetico, Pizzigallo fu, all’epoca, una sorta di rivoluzionario». 

Perché?

«Lo studio dell’epoca fascista, fino ad allora, era avvenuto in maniera abbastanza semplicistica ponendo l’accento su un'Italia la cui politica estera era orientata sostanzialmente dal nazionalismo, dall’ideologia, dalla volontà d’imporre un imperialismo molto in ritardo rispetto alle grandi potenze. Così si cercava di sanare i problemi d’un Paese che aveva ottenuto molto poco dall’unità alla prima guerra mondiale, a sua volta considerata la vittoria mutilata. Il professor Pizzigallo ha invece cercato di capire se la politica estera italiana potesse trovare dei riferimenti nella necessità di esportare verso i Balcani, nel Mediterraneo, le istanze d’un Paese che poi, dopo la guerra, è diventato una potenza industriale». 

In pratica le origini del doppio filo tra politica estera e politica energetica che, da allora, connette la nostra storia di Paese industriale avanzato.

«I suoi studi, penso al lavoro di ricostruzione della storia dell’Agip, l’hanno portato a interessarsi dell’area d’influenza dell’Italia nel periodo post bellico: il Medio Oriente e i Paesi produttori di petrolio. Questo ha fatto di lui il grande storico della politica energetica italiana. Pizzigallo, negli anni, ha ricostruito la politica bilaterale italiana con l’Arabia, l’Egitto, la Siria e più tardi, con la fine del sistema bipolare della guerra fredda, con le repubbliche dell’Asia centrale a partire dal Kazakhistan: tutti quei Paesi che, con la fine dell’Unione Sovietica, sono emersi come autonomi sul mercato dell’approvvigionamento energetico. E negli ultimi quindici anni lui ha ampliato la ricerca in senso geopolitico e strategico alle regioni dell’Asia centrale. Mi fa piacere ricordare questa sua ricerca puntuale, documentata. E l’aver cercato di dimostrare la diversità della politica estera italiana nel manifestarsi non colonialista, non imperialista, verso i Paesi di recente indipendenza. Il professor Pizzigallo ha saputo evidenziare come la diplomazia italiana del dialogo, del confronto, dell’amicizia, avesse l’obiettivo di procurare vantaggi al sistema produttivo del nostro Paese, ma con l’accortezza di non farne derivare uno sfruttamento, un depauperamento, una imposizione di comportamenti neocoloniali a quei Paesi e a quei popoli».  

In alto, Teo Pizzigallo fotografato dai suoi studenti. Immagine tratta dal gruppo su Facebook In memoria del professor Matteo Pizzigallo.

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