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Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi: non sarÓ a Martina, ma la Puglia Ŕ a rischio

di Redazione

05/01/2021 Attualità

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Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi: non sarÓ a Martina, ma la Puglia Ŕ a rischio

 

Il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi non sarà fatto a Martina Franca. La notizia, ufficiale, si ricava dalla Carta delle aree potenzialmente idonee. È stata diffusa oggi dopo che i ministeri dello Sviluppo economico e dell’Ambiente avevano dato il via libera alla pubblicazione.

Il documento era da tempo nei cassetti della Sogin, la società che si occupa del nucleare in Italia. Nei sessanta giorni a partire da oggi le Regioni, gli enti locali e i soggetti interessati potranno rivolgere, alla stessa azienda, osservazioni e proposte tecniche. È la prima consultazione pubblica che si svolge in Italia su questa situazione dopo che, nel 2003, per quindici giorni la popolazione di Scanzano Ionico si era ribellata a un affrettato decreto governativo che aveva individuato la sede del deposito nel territorio di quel paese del Materano. Nonostante la maggiore apertura, neanche l’attuale iter si preannuncia facile per quanto riguarda il consenso delle comunità e delle istituzioni locali, alcune delle quali stanno già comunicando il loro diniego. La consultazione pubblica durerà quattro mesi. Una successiva rielaborazione di tre mesi dovrebbe portare a stilare la Carta nazionale delle aree idonee, a cui seguiranno le eventuali manifestazioni d’interesse dei territori. Una volta individuato il sito, la costruzione del deposito dovrà avvenire entro il 2025.

Attualmente sono state individuate sessantasette aree potenzialmente idonee collocate in cinque macro zone tra cui la Basilicata-Puglia. Esse, in tutto il territorio nazionale, soddisfano criteri di natura sia geologica che amministrativa individuati dall’Ispra in un documento del 2014. In particolare: le zone idonee non sono interessate da fenomeni vulcanici, sismici e di faglia o da inondazioni; non si trovano in fasce fluviali o in depositi alluvionali preistorici, al di sopra dei settecento metri di altitudine o con pendenze superiori al 10%; non distano entro i cinque chilometri dalla costa, in zone carsiche o vicine a sorgenti, parchi nazionali, luoghi d’interesse naturalistico; sono a un’adeguata distanza dai centri abitati, ad almeno un chilometro dalle autostrade, dalle strade statali, dalle linee ferroviarie, lontane da attività industriali, dighe, aeroporti, poligoni militari, zone di sfruttamento minerario.

Il legittimo dubbio che il territorio di Martina potesse essere potenzialmente idoneo per la dislocazione del deposito era venuto, due anni fa, a Marisa Ingrosso, giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno e autrice del saggio Sud atomico, Radici Future, sulla storia del nucleare nel Mezzogiorno. In un articolo la giornalista rivelava che in un filmato della Sogin del 2014, nel quale si spiegavano i criteri di realizzazione del deposito nazionale dei rifiuti radioattivi, erano raffigurati dei tratti del centro storico martinese. Dei disegni animati infatti raffiguravano, senza possibilità d’equivoco, uno scorcio di via Garibaldi e i portici di piazza Maria Immacolata con al centro la fontana dei delfini che, nella realtà, si trova in piazza Roma davanti al Palazzo Ducale.

«Chi ama Martina Franca, come me, ha riconosciuto subito quei luoghi» dichiarava la Ingrosso a Cronache Martinesi. «Mi ha molto colpito questo riferimento geografico ben preciso perché si tratta d'un documento ufficiale realizzato con soldi pubblici. E allo stato attuale esiste un elenco, stilato da Sogin e validato dall’Ispra, delle località in tutta Italia che potrebbero ospitare il deposito. Si tratta d'uno studio coperto dal segreto di Stato. E non sappiamo quando sarà reso pubblico. Perciò il riferimento a Martina Franca nel filmato della Sogin è quantomeno singolare. E inquietante».

Il deposito dovrà dovrà contenere 78mila metri cubi di rifiuti a bassa e media intensità nonché 17mila metri cubi ad alta attività. Questi ultimi dovranno essere stoccati per un massimo di cinquant’anni per poi essere tombati in un deposito geologico di profondità di cui attualmente non si sa altro. La spesa prevista è di novecento milioni di euro prelevati dalla bolletta sull’elettricità pagata dai consumatori.

Apparentemente, il territorio di Martina ottempera alle caratteristiche individuate dall’Ispra. La presenza, nel sottosuolo delle Pianelle, delle costruzioni a prova di esplosione nucleare della base militare un tempo del 3° Roc, facevano ipotizzare quanto meno una possibile attenzione da parte di chi, autorità politiche e tecnici, era interessato a individuare le potenziali sedi per realizzare il deposito. In effetti, a quanto ci risulta da indiscrezioni, contatti informali sarebbero avvenuti da parte di qualcuno con ambienti ritenuti vicini all’attuale Amministrazione comunale e alla precedente.   

Le cinque macro zone in cui sono stati individuati i 67 potenziali siti per il deposito sono il Piemonte con otto aree, la Toscana-Lazio con ventiquattro, la Basilicata-Puglia con diciassette, la Sardegna con quattordici, la Sicilia con quattro. Le diciassette aree della Basilicata-Puglia sono nei comuni di Genzano, Irsina, Acerenza, Oppido Lucano, Bernalda, Montalbano, Montescaglioso, Matera (Basilicata), Laterza, Altamura, Gravina (Puglia). Martina Franca dista in linea d’aria da ciascuno di essi da un massimo di 118 chilometri a un minimo di 46.

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