cronache martinesi

Direttore Pietro Andrea Annicelli

Teo Pizzigallo e Aldo Moro

di Pietro Andrea Annicelli

11/08/2019 Editoriale

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Teo Pizzigallo e Aldo Moro

 

La collocazione, da parte dell'Amministrazione comunale, d'una targa accanto all'abitazione dove nacque, in via Trieste, Matteo Pizzigallo, è solo l'ultima, in ordine di tempo, d'una serie di attenzioni a un uomo che ha lasciato il segno nei cuori e nelle menti. Il gruppo su Facebook denominato In memoria del professor Matteo Pizzigallo, animato principalmente da suoi ex studenti, è l'ininterrotto diario di emozioni, ricordi, parole, video, immagini che restituisce spontaneamente, quasi ogni giorno, una sfaccettatura al caleidoscopio collettivo avente il focus sulla sua persona.

La dolorosa scomparsa prematura un anno fa può spiegare, almeno in parte, questo sentimento. E altrettanto valgono il percorso umano e professionale, oltre al carattere e ai modi che una ex studentessa, Martina Esposito, ha fissato nell'arguto aggettivo pizzigalliano: «Uomo dalla spiccata ironia, colto e pungente, ma mai arrogante o presuntuoso. Umile, gentile e perennemente sorridente». C'è però qualcos'altro, magari di più radicato e profondo, che rende Teo, come lo conoscevano tutti a Martina, il punto di riferimento d'un senso comune che non può dissolversi con la sua assenza fisica?

È un mio convincimento che la ragione ultima per cui Teo Pizzigallo unisce tanti è che istintivamente ciascuno, ognuno a proprio modo, ha trovato in lui l'espressione dell'inalienabilità della persona oltre ogni diversità e divisione. Si tratta d'un valore umano, ma anche sociale e politico. Coincide con la grande stagione dell'incontro tra il pensiero cattolico e la modernità. Ed è riconducibile, nella sua storia personale e non solo, ad Aldo Moro, del quale fu assistente universitario.

Nel recente incontro Matteo Pizzigallo: il professore, lo storico, l'uomo, organizzato da Fucina 900, ho ricordato la prima volta che entrò nella mia vita. Poteva essere il 1980 ed ero un ragazzino sul litorale adriatico di Pilone che, di mattina presto, giocava a pallone con i suoi fratelli. La lunga spiaggia era deserta. I nostri genitori s'erano allontanati per una passeggiata. Teo, che da giovane ricordava Alan Sorrenti che all'epoca imperversava nelle radio, arrivò con un amico.

Montarono l'ombrellone. Poi l'amico, arrogante e sbrigativo, ci strillò di andarcene. Gli risposi a tono. Eravamo arrivati prima e la spiaggia era grande: perchè s'erano sistemati dove stavamo giocando? Mentre l'altro si agitava, Teo aveva già smontato l'ombrellone: «Dài, spostiamoci. I ragazzi hanno ragione».

È una piccola storia. Rivela però una precisa attitudine alla cura delle persone, della verità e del giusto che, più tardi, avrei ritrovato in ben altre situazioni: dagli studi sull'energia, fondamentali per comprendere il Novecento italiano e il mondo oggi, a quelli, complementari, sulle relazioni pacifiche e amichevoli con i Paesi mediterranei, arabi e orientali, vocazione d'una politica estera italiana non subalterna. Dalla scelta di non accettare mai di candidarsi, sindaco o altro, per una Democrazia Cristiana che, dopo la morte di Moro, aveva perso la sua funzione di mediazione della realtà politica e sociale italiana, all'impegno per il Partito Democratico da «semplice iscritto». Fino al commovente endorsement, poco prima di andarsene, alla candidatura alla Camera di Donato Pentassuglia, con la voce flebile ma risoluta di chi, fiaccato dalle cure, non rinuncia a fare quello che deve.

Un eccellente saggio di Giuseppe Genna su l'Espresso del 21 luglio scorso mi ha rimandato il senso più profondo dell'esperienza democratica dei cattolici che ebbe in Aldo Moro il fulcro. Si tratta del katechon, per Massimo Cacciari «l'unica forma politica concepibile nell'orizzonte cristiano». Distingue il politico che compie la giusta azione nel giusto tempo. Quel politico è uno statista se intende la politica come unificazione di tutte le diversità.

Per l'Italia degli anni Sessanta e Settanta, Moro ha rappresentato questo. Invano Teo, insieme agli altri giovani che lo avevano come referente, contribuì a cercare di salvarlo, con le forze dei suoi ventotto anni, durante i cinquantacinque giorni del colpo di stato che a Roma, tra la strage di via Fani e il ritrovamento del corpo in via Caetani, deviò la storia degli italiani. Chi però volesse cercare di capire perchè Teo continui a suscitare un'emozione così vitale e non commemorativa, può forse rifarsi all'importanza che Moro e la sua tragedia ebbero nella sua vita.

Scrive Genna parlando del politico di Maglie: «L'uomo al centro è colui che mette al centro l'uomo, in modo radicale: il dovere è questa cosa, è l'umanismo radicale». Avviene sapendo interiorizzare e trattenere la tragedia, il caos, l'assenza di regole per rappresentare, attraverso la presenza e il dialogo, la convivenza dei diversi. Si tratta, dice Genna, d'un moderatismo radicale, e pazienza per l'ossimoro.

L'esperienza umana e politica di Moro insieme alla sua tragedia, unite alla conoscenza e alla comprensione delle situazioni spesso dolorose della storia, avevano quindi forgiato il percorso d'un uomo che a sua volta aveva saputo unire tanti, inevitabilmente diversi, attraverso il suo operato, il suo carattere, la sua espressione. Tutti riconoscono a Teo Pizzigallo la capacità d'interloquire con chiunque rivolgendogli la giusta attenzione. Valeva in particolare per i più giovani, verso i quali sapeva che la sua ascendenza non era meramente professionale ma morale, cioè attraverso i comportamenti che mostravano un esempio. «Ricordatevi che siamo al servizio degli studenti, quei ragazzi che devono trovare una strada nella vita» era una frase che rivolgeva spesso ai colleghi docenti. Al pari dell'espressione «avanti popolo» detta sorridendo, trascendendone l'appartenenza per renderla universale, quindi di tutti.

Perciò, forse, a Teo non interessava la carriera politica che gli si poteva prospettare. La faceva, la politica, tutti i giorni, dando il meglio di sé attraverso la preziosa capacità di ascoltare gli altri. Rendersi interlocutore costante e leale. Impegnarsi civilmente per ciò in cui credeva.

Aveva imparato a esserci per quello che contava, soprattutto nella formazione dei più giovani, trattenendo in sé il dramma personale e collettivo di cui era stato testimone. Con moderatismo radicale praticava il convincimento che si potesse dialogare con tutti, passaggio obbligato per quel sentimento di pace che si pratica cercando d'instaurare serenità ed equità nelle relazioni: quelle umane, quelle internazionali tra Paesi e organizzazioni.

L'Amministrazione comunale l'ha espresso in sintesi nella targa: «Insigne uomo di cultura e di pace». È il senso comune che resta, oltre le umane vicende, di Teo Pizzigallo.

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